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Ambrì Piotta

Mottis: “La Leventina è il posto del mio cuore, vivere l’hockey da presidente è più difficile”

Il numero uno biancoblù si racconta: “Da bambino passavo le mie estati a Calonico. Amavo praticare lo sci, ma passivamente il mio sport preferito già allora era l’hockey. Ora lavoriamo per migliorare, ma ci vorrà pazienza”

AMBRÌ – Ormai tutti sanno chi è il Davide Mottis presidente dell’Ambrì Piotta, ma in pochi conoscono la persona Davide Mottis. In questa chiacchierata abbiamo cercato di scoprire un po’ più da vicino il nuovo numero 1 del club leventinese.

Davide Mottis, come sta andando la tua prima estate da presidente dell’Ambrì Piotta? È diversa dalle altre?
“Direi di sì, è decisamente diversa. L’impegno è piuttosto totalizzante in questa fase della carica. C’è la presa di coscienza e di conoscenza, l’identificazione dei problemi e soprattutto delle soluzioni sui vari fronti. Come avevo detto dopo l’assemblea, la priorità è di arrivare a professionalizzare il più possibile l’azienda, perché di tale si tratta, pur essendo nell’ambito sportivo. Questo senza tralasciare i valori del club. Siamo anche impegnati tantissimo a ricucire determinati strappi, ci sono stati molti incontri e si sono fatte delle belle discussioni per cercare di recuperare una parte di sostenitori. Poi ovviamente c’è l’aspetto finanziario, bisogna identificare le misure di risparmio e l’ottimizzazione dei ricavi. C’è anche la parte riguardante la Valascia Immobiliare inerente alla costruzione del nuovo impianto. Insomma c’è tanto da fare, stiamo cercando di cucinare il tutto al meglio. L’obiettivo è di dare già qualche indicazione concreta all’assemblea prefissata il 25 agosto e non di limitarci solamente a dire quali siano i nostri focus”.

Torniamo indietro nel tempo. Dove sei nato e cresciuto, che gioventù hai avuto e che bimbo eri?
“Sono nato a Locarno e sono cresciuto nel locarnese, più precisamente ad Ascona. Ho trascorso la mia infanzia lì. Dallo scorso settembre tra l’altro dopo tanti anni di “migrazione” nel sottoceneri sono tornato ad abitare nel locarnese, richiamato proprio dalle mie origini. Ero un ragazzo come tanti altri, sempre appassionato di sport. Il mio preferito era lo sci, lo è tutt’oggi. Lo praticavo soprattutto a Cardada-Cimetta. Purtroppo ora con l’innalzamento delle nevicate non è più possibile farlo. Un altro sport che praticavo attivamente era il calcio, mentre passivamente il mio sport era l’hockey”.

Come ti sei avvicinato all’Ambrì Piotta?
“Sulla mia carta d’identità come origine figura Calonico. Ho sempre trascorso le mie estati lì in montagna. Sono orgogliosamente un montanaro leventinese, pur essendo nato nel locarnese. Come tanti bambini passavo appunto i mesi caldi in montagna con i genitori. In inverno ci andavamo nel weekend e naturalmente ci si recava tutti insieme a vedere l’Ambrì”.

Come mai hai scelto di diventare avvocato, avevi altri sogni lavorativi? Da adolescente eri uno con le idee chiare, oppure hai avuto bisogno di tempo per individuare la tua strada professionale?
“Non ho mai avuto le idee perfettamente chiare. Da bambino non ho mai voluto diventare un astronauta, come tanti sognano da piccoli, ma volevo fare il meccanico. Fa ridere questa cosa, io negli aspetti pratici e manuali sono una vera frana. Quando stavo terminando il liceo, a quei tempi forse non c’erano ancora tutte le possibilità accademiche che ci sono oggi. Banalmente c’erano gli architetti, gli avvocati, gli ingegneri e chi studiava economia. Io andavo a scuola al Papio, c’erano lezioni facoltative di economia e diritto. Queste ultime mi avevano abbastanza appassionato e dunque ho optato per questa strada. Praticamente l’idea si è formata quindi nell’ultimo anno del liceo”.

Dicci tre tuoi pregi e alcuni tuoi difetti…
“Qualcuno potrebbe essere sia un pregio che un difetto. Io per esempio sono un decisionista. Lo considero un pregio, ma c’è gente che mi dice di stare calmo, che non bisogna decidere, bisogna riflettere. Non che io non rifletta, ma si arriva a un certo punto dove è doveroso decidere. Un altro pregio? Ritengo di essere sempre e comunque coerente. Si possono fare errori di valutazione, ma non mi nascondo. Infine cerco sempre e comunque di dialogare anche di fronte a conflitti e divergenze di opinioni. Per quanto concerne i difetti, torno sull’aspetto decisionista. Qualcuno mi dice che voglio sempre tutto e subito, ogni tanto mi si dice che sono troppo brutale, che dovrei stare più tranquillo e paziente… Ecco, non sono un tipo paziente. Di difetti poi ce ne sarebbero altri…”.

Dai, ti fermo qui, ti risparmio il resto. Torniamo all’hockey. È più difficile elaborare e smaltire una sconfitta da tifoso o da presidente? E perché?
“Da presidente, perché devi cercare di gestire maggiormente le emozioni. Per esempio mi ha fatto ridere durante la finalissima tra Davos e Friborgo quando inquadravano in televisione il dottor Biasca esultare e fare brutti gesti. Quando sei tifoso può capitare di avere reazioni incontrollabili, io mi rendo conto di dover stare attento in questo senso. Tutto ciò che ruota attorno a una sconfitta è più difficile da gestire se rivesti una determinata carica, lo avevo già vissuto tanti anni fa in qualità di vice-presidente. Una sconfitta ha tante ripercussioni, anche economiche. Subentra la paura che al prossimo match ci saranno meno persone e ci sono tante altre questioni collaterali, come ad esempio gli infortuni. Il tifoso invece magari quando rientra verso sud, arrivato a Bellinzona, ha già smaltito un po’ di più la sconfitta”.

È difficile scindere le due posizioni? In questi mesi non ti è mai venuta la tentazione di dire a Tapola qualcosa in merito alla formazione o di andare da Weibel e dargli qualche consiglio sugli acquisti, come farebbe d’altronde qualsiasi tifoso?
“No, assolutamente no, per fortuna da questo lato ho un po’ di esperienza grazie al mio trascorso. In qualsiasi realtà del mondo dell’hockey non va bene se un CdA mette il becco nelle questioni sportive. Non funziona così. Ti faccio un esempio concreto legato a DiDomenico. In qualità di tifoso, quando mi è stato detto che si voleva separarsi da “Dido”, la mia reazione è stata “ma come?”. In qualità di presidente non posso invece mai mettere in discussione le decisioni dello staff sportivo. L’importante è semplicemente rispettare i criteri legati al budget e i valori dell’HCAP”.

Se avessi la possibilità di inserire nella squadra attuale tre ex giocatori dell’Ambrì Piotta che non sono più in attività, chi sceglieresti?
“Sicuramente il primo sarebbe Peter Jaks. Ero molto legato a lui, era un campione incredibile. Poi metterei due stranieri, ovvero Oleg Petrov, che mi è sempre piaciuto un sacco, e poi – seppure sia quasi troppo facile da dire – aggiungerei Dale McCourt”.

Il tuo predecessore Filippo Lombardi ammetteva candidamente di leggere i vari blog e media. Tu invece?
“Non ho nessun problema nel riconoscere che li leggo anch’io. Non che mi prenda un’ora del mio giorno e lo segni sull’agenda, ma magari quando mi sposto per esempio in treno sono curioso e do un’occhiata. Sempre rispettando le opinioni di tutti. Serve per capire un po’ com’è il movimento. Dopo è chiaro, le decisioni dobbiamo prenderle in maniera ferma, mica agire perché un blogger ha scritto qualcosa. Io credo che qualsiasi sportivo o dirigente attivo nel mondo dello sport legga i vari blog e giornali. Anche chi afferma di non farlo, lo fa”.

Qual è il tuo posto del cuore?
“Il posto del cuore, e non è una banalità, è la Leventina. Evoca appunto quei ricordi che ti accennavo prima, le estati da fanciullo a Calonico. Quando poi mi sono sposato e sono arrivati i figli, io e mia moglie passavamo pure le estati in Leventina con loro, a Prato Leventina, dove mia moglie ha una casa che abbiamo ritirato”.

Un posto nel mondo che vorresti visitare e che ancora ti manca?
“Il Giappone. Mi ha sempre affascinato, e oltre a ciò adoro il sushi, anche se mi dicono che quello che si mangia qui non è mica come quello che si trova in Giappone. Avevamo pianificato un viaggio con tutta la famiglia, ma poi la pandemia ci ha castrati. Mia figlia Gaia in seguito c’è stata, ha portato con sé tanti bei ricordi e fotografie. Un giorno vorremmo proprio andarci, probabilmente senza i figli ormai, dato che ora sono grandi, quindi solamente mia moglie e io”.

Davide, grazie per questa chiacchierata. Puoi terminare con un messaggio ai tifosi…
“Sono stato qualche giorno fa alla Grigliata Biancoblù a Ponte Capriasca. Adesso percepisco un certo entusiasmo per il cambiamento, ma io dico sempre “calma e gesso”. Facciamo di tutto per cambiare qualcosa, ma intendiamoci, non è mica che l’Ambrì di Duca e Cereda non funzionasse. Semplicemente ci vuole pazienza per cambiare i risultati. La gestione di un nuovo corso non la si può modificare da un giorno all’altro, ci vuole tempo. Con Weibel e Tapola puntiamo sui valori, sul sacrificio e sui giovani, con particolare attenzione ai giocatori ticinesi. Sono positivo, ma allo stesso tempo spero che se i risultati sportivi non dovessero arrivare subito e con la costanza che il tifoso si augura, si abbia la pazienza e non si inizi a rimettere tutti in discussione. Lavoriamo tanto e duramente, ma siamo tutti consapevoli che ci vorrà del tempo”.

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