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Interviste

Trudel: “Sono un tifoso biancoblù per via di Jean-Guy, giocare ad Ambrì è stato un sogno”

L’ex portiere si racconta: “Non credo mi mancasse talento, ma sono sempre stato un po’ timido. Il periodo in Ticino è stato il più bello della mia carriera, ma resto vicino all’hockey grazie al Rapperswil e la squadra femminile”

Migliaia di ragazzini sognano di diventare giocatori professionisti. Pochi di loro ce la fanno. Alcuni non hanno la minima chance di raggiungere certi livelli, altri ci arrivano vicino, accarezzano il sogno, prima di vederselo sfuggire. Uno di questi casi è quello di Beat Trudel.

Il 26enne ex portiere dei Ticino Rockets era considerato una promessa, ma il destino ha voluto altrimenti. Oggi Beat lavora nella ditta del padre, ma il mondo dell’hockey continua a essere per lui una piacevole quotidianità.

Beat Trudel, grazie di avere accettato il nostro invito. Come sta andando la tua estate, stai soffrendo il caldo torrido?
“Bene, dai. Sto lavorando nella ditta di mio papà come di consuetudine, la vera novità semmai è che da quest’anno sono l’allenatore della squadra femminile del San Gallo, dove gioca mia sorella. Le temperature attuali? Non fanno per me, ho proprio scelto l’hockey perché adoro il freddo”.

Ormai hai smesso di giocare in maniera seria da 4-5 anni, ti manca la vita da portiere “vero”?
“Sai, dipende. A volte ci sono momenti in cui mi manca parecchio, ma ci sono pure delle fasi in cui sono decisamente felice dei vantaggi che si hanno quando non sei più attivo per davvero”.

Sei arrivato abbastanza vicino a importi, cosa ti è mancato? Talento, impegno? Oppure ci sono stati guai fisici e un po’ di sfortuna? Ti sei posto questa domanda?
“Certamente. Ognuno in questi casi si fa dei pensieri quando arriva alla fine di un percorso del genere. Penso sia un mix di tutte le cose elencate. A volte hai bisogno di fortuna, ci sono tanti bravi portieri. Non credo che mi mancasse necessariamente il talento. Io forse sono sempre stato per così dire un po’ timido, ho sempre avuto troppo rispetto dei momenti decisivi. Non volevo per esempio mai essere il migliore in allenamento, mi è mancata un po’ di volontà incondizionata, quella di cui c’è bisogno per emergere”.

Hai comunque fatto tanti sacrifici, è stata dura rendersi conto che l’hockey non sarebbe diventato la tua via professionale?
“Nel complesso no. Il mio motto è sempre stato ‘se va va, se non va non va’. All’inizio ho avuto bisogno di un piccolo momento di elaborazione per accettare il tutto, ma poi è andato via veloce, io sono il tipo che guarda avanti e non indietro”.

Avevi persino disputato un Mondiale U18 al fianco di elementi come Nico Hischier, Philipp Kurashev e Akira Schmid. Che effetto ti fa ripensarci ora, e cosa provi quando li vedi in televisione?
“È qualcosa d’incredibile aver vissuto tutto questo. Provo tanta gioia per loro, ne hanno fatta di strada. Nico onestamente si vedeva già a quei tempi che sarebbe andato lontanissimo, gli altri invece non necessariamente”.

Sei ancora in contatto con qualcuna di queste star?
“No, non più, ti direi una bugia se affermassi il contrario”.

Per un periodo hai giocato anche nei Ticino Rockets. Cosa ti è rimasto di quella esperienza?
“A bocce ferme posso dirti che è stato assolutamente l’highlight della mia carriera poter andare ad Ambrì negli Juniori Elite, e poi appunto giocare per i Rockets. In tanti non sanno che io sono tifoso dei biancoblù grazie a… Jean-Guy Trudel. All’età di sette anni avevo pure fatto una foto con lui, nella vecchia Valascia. Per me è stato un sogno poter giocare ad Ambrì. È stato veramente un bel periodo. Con i ragazzi ticinesi sì che ho ancora contatti. Qualche nome? Sacha Montorfani e Zeno Fratessa. Altri li incontro sempre durante i corsi di ripetizione a militare, come Andres Pinana, il fratello di Christian che gioca nell’Ascona, o Fabio Papina”.

Tu sei nato a Bülach, ma cresciuto a Sciaffusa, non notoriamente una mecca dell’hockey. Come ti sei avvicinato a questa disciplina? Anche tua sorella Seline, come hai anticipato, lo pratica e da anni gioca a San Gallo…
“Per essere esatti i miei primissimi anni di vita li ho trascorsi a Kloten. I miei genitori sono sempre stati tifosi degli aviatori, sin da piccoli. Ho dunque iniziato a giocare lì. Mia sorella invece ha cominciato a Sciaffusa, ha voluto seguire le mie orme”.

Su Eliteprospects figura un tuo passaggio in Spagna, ma non è elencata nessuna partita disputata. Questa cosa ce la devi spiegare…
“(Beat ride ndr). Storia lunga. La stagione precedente al mio trasferimento in Spagna giocavo nel Martigny, in MyHockeyLeague. Ci fu la pandemia, la stagione venne dunque quasi subito interrotta e io rimasi per 3-4 mesi praticamente fermo. A gennaio Sebastien Reuille, ai tempi direttore sportivo dei Rockets, si ricordò di me dall’anno prima. I Rockets avevano problemi con i portieri a causa di qualche defezione. Feci due partite, ma ero a corto di allenamento e m’infortunai agli adduttori. Lì mi resi conto che probabilmente non avevo più chissà che prospettive per arrivare in alto. Avevo un amico che aveva già giocato in Spagna e dunque mi è venuta l’idea di trasferirmi lì. Avrei guadagnato 500 o 1’000 euro al mese, era tutto fatto. Andai a Puigcerdà, in Catalogna, ma durante il primo allenamento m’infortunai nuovamente agli adduttori. Le squadre in Spagna potevano schierare solo due stranieri, quindi fu chiaro relativamente in fretta che mi avrebbero sostituito. Io inoltre dopo questo secondo infortunio in un breve lasso di tempo non mi sentivo a mio agio. Dopo una settimana il mio progetto spagnolo dunque si chiuse”.

Torniamo nel tuo presente. Tre anni fa hai fondato la seconda squadra del Rapperswil, di cui sei anche il presidente, oltre che l’estremo difensore. Com’è nata questa idea?
“A dire la verità era qualcosa che avevamo pianificato dai tempi degli Juniori Elite a Rappi. I tempi degli Elite sono sempre i più belli per quanto concerne il cameratismo. Con un paio di amici ci eravamo detti che quando avremmo smesso con l’hockey agonistico, avremmo formato un nostro team per divertirci tutti insieme e ricomporre la squadra. Il Rapperswil aveva già una seconda formazione, ma dopo la retrocessione in quarta lega era stata sciolta. Noi abbiamo quindi ripreso la licenza. Ci divertiamo un sacco. Ora però nel frattempo siamo in seconda lega e ci siamo accorti che non basta più semplicemente andare sul ghiaccio e “laissez-faire”. Non siamo abbastanza bravi. È veramente affascinante portare avanti il tutto e sviluppare la nostra squadra”.

Spesso quando un portiere smette e si cimenta nelle leghe inferiori oppure vira sull’inline cambia ruolo e va in attacco, stufo appunto di parare. Tu invece sei rimasto tra i pali, come mai?
“È proprio così, hai ragione, ma noi volevamo immediatamente salire dalla quarta lega e dunque ho deciso di andare in porta, decisamente il ruolo in cui avrei potuto aiutare maggiormente la squadra. L’anno scorso sono stato però operato all’anca e quindi per ragioni di salute dalla prossima stagione non giocherò più e mi limiterò alla presidenza”.

Hockey amatoriale sì, ma non solo. Sei comunque rimasto a contatto con quello di punta grazie alla tua collaborazione con SRF. Spiega ai nostri lettori che funzione ricopri…
“Faccio l’assistente alla produzione delle partite di Nazional League. Praticamente seguo le partite dal box degli speaker. Preparo le videoreview per gli arbitri, invio messaggi alla regia e sono in loco per aiutare e sostenere i commentatori. È qualcosa di bellissimo, un lavoro da sogno, sei così vicino al ghiaccio e vedi la partita in modo diverso. Spesso devi osservare gli errori e le scene importanti per il regista. A fine gara poi sono sul ghiaccio durante le interviste, è bello incrociare vecchi avversari o compagni. Ad esempio mi è capitato di discutere con Axel Simic, per citare un nome”.

Il tuo ex presidente a Biasca, Davide Mottis, ricopre ora la stessa carica in quel di Ambrì. Avevi contatti con lui?
“No, anche perché appunto io sono timido, non ho dunque avuto grandi punti d’incontro. Davide Mottis è sempre stato uno che ha lavorato molto dietro le quinte, senza fare rumore. Trovo che questo modo di agire sia ottimo per un presidente”.

Chissà, ora che hai svelato di essere un tifoso dell’Ambrì, Davide che è un nostro lettore ti regalerà magari un biglietto per assistere a un match alla Gottardo Arena…
“(Beat ride, ndr) Nel caso sarei stupido a non accettare un suo invito”.

Non potevamo che finire con la classica domanda che tutto il popolo biancoblù si era fatto tra il serio e il faceto quando ai tempi arrivasti in Ticino. L’argomento lo hai già parzialmente toccato. Non sei imparentato alla lontana con Jean-Guy Trudel, vero?
“Ti dirò, mio papà anni fa ha iniziato una ricerca meticolosa in merito alle famiglie ‘Trudel’, le sue origini e più in generale a chi porta questo cognome. Ha scoperto che tutti i ‘Trudel’ residenti in Canada originariamente provengono dalla Svizzera, ma parliamo di gente emigrata centinaia e centinaia di anni fa. Chissà, forse alla lontanissima c’è qualche legame di parentela”.

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