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Ambrì Piotta

Schnarr: “Voglio essere centrale nel rilancio dell’Ambrì, non accetteremo la mediocrità”

Il nuovo biancoblù è motivato: “Voglio aiutare la squadra a vincere e diventare un giocatore capace di trascinare il gruppo. La Svizzera è uno dei migliori campionati fuori dalla NHL, per gli stranieri è una sorta di santo graal”

(Kälner Haie)

Dopo una stagione complicata, l’Ambrì Piotta ha aperto un nuovo capitolo affidandosi a Lars Weibel, e tra i giocatori scelti per dare una nuova identità alla squadra c’è anche Nate Schnarr, centro canadese reduce dalle esperienze europee vissute in Finlandia e Germania. Il 27enne arriva in Leventina con un profilo da centro two-way, ma anche con un impatto offensivo di rilevo nelle stagioni vissute in Europa.

“Penso che nella mia decisione di raggiungere l’Ambrì Piotta siano rientrati tanti fattori. Ovviamente la Svizzera è un obiettivo molto importante per tanti stranieri, ed è sempre stato il mio sogno giocare in questo campionato”, ci ha spiegato Schnarr al telefono.

“L’Ambrì mi ha contattato e abbiamo avuto diverse lunghe discussioni. Dopo una conversazione con l’allenatore e la dirigenza, mi è sembrata semplicemente la scelta giusta. Non voglio essere un giocatore che pensa solamente ai punti, voglio essere qualcuno in grado di contribuire in tutti gli aspetti del gioco. Voglio essere un centro affidabile, capace di giocare difensivamente, in boxplay e di essere utilizzato in tutte le situazioni. Questo è stato uno degli aspetti principali che mi hanno convinto, ovvero il ruolo che avrei avuto nella squadra, la prospettiva del club e la crescita che mi è stata presentata per i prossimi anni ad Ambrì. C’erano davvero tanti elementi. Mi è sembrata la scelta perfetta per me e, dopo averne parlato anche con il mio agente, eravamo d’accordo. Non vedo davvero l’ora”.

Come hai detto, l’Ambrì sta iniziando un nuovo capitolo con un nuovo direttore sportivo, Lars Weibel. Cosa ti ha raccontato di questo nuovo progetto dopo una stagione difficile?
“Penso che il punto sia proprio questo. È un nuovo inizio. Ora ci saranno standard elevati. Non accetteremo la mediocrità. Tutti saranno chiamati a mantenere un livello molto alto sin dal primo giorno. So che ci sarà grande enfasi sulla condizione fisica e sul giocare un hockey veloce. Ovviamente nel campionato svizzero è importante saper pattinare e giocare per tutti i 60 minuti. Penso che lo standard sarà molto alto, ed è qualcosa che mi è stato comunicato subito. Dovremo pretendere molto da noi stessi e da questa squadra. È una cosa molto stimolante, penso sia così che debba essere. Voglio competere, voglio vincere partite, ed è quello che tutti vogliono fare”.

Negli ultimi anni hai giocato in Europa, prima in Finlandia e poi in Germania. In Svizzera ci piace spesso dire che abbiamo il miglior campionato al di fuori della NHL. Per te arrivare qui rappresenta un po’ il compimento del tuo percorso?
“Sì, sono d’accordo al 100% sul fatto che sia sicuramente uno dei migliori campionati al di fuori della NHL. Penso sia per questo che per gli stranieri arrivare in Svizzera rappresenti una sorta di santo graal, ed è il motivo per cui sono così entusiasta di arrivare in questo campionato. Penso però che sia anche una buona situazione per me, con il nuovo corso che sta iniziando e un allenatore finlandese. Credo che questo mi aiuterà, visto il tempo passato in Finlandia e tutto quello che ho imparato un po’ sulla cultura e sul modo in cui si gioca in Liiga, oltre a uno stile un po’ più ruvido in Germania. Sono un giocatore che vuole costantemente imparare. Voglio continuare a sviluppare il mio gioco, e penso che questo sarà uno dei miei punti di forza entrando in questo campionato”.

L’Ambrì ha detto di voler costruire una squadra attorno a giocatori con carattere e personalità. Che tipo di giocatore sei nello spogliatoio? Ti consideri un leader?
“Sì, assolutamente. Sono un gran lavoratore, so che sarò sempre uno dei primi ad andare sul ghiaccio e uno degli ultimi a lasciarlo. Sono disposto a fare tutto il necessario per sviluppare il mio gioco. So che, continuando a crescere, si tratta di sviluppare ulteriormente i miei punti di forza, rendere ancora migliori le cose che già faccio bene e migliorare le mie debolezze. Ma mi piace anche divertirmi. Penso sia importante avere un gruppo unito, che ami passare del tempo insieme. È qualcosa di molto bello. Bisogna trovare una buona combinazione tra competere, spingersi a vicenda sul ghiaccio, divertirsi assieme e diventare una famiglia fuori dal ghiaccio. Penso sia davvero importante. Nella mia carriera ho avuto grandi modelli da cui imparare, grandi capitani, grandi compagni, grandi amici, ed è qualcosa che cercherò di portare anche quest’anno. Essere un leader, sfidare e spingere i compagni, ma anche divertirsi quando serve, mantenere un ambiente leggero e vivere bei momenti attorno alla pista”.

Sappiamo che sei più un giocatore two-way, ma guardando le tue statistiche degli ultimi tre anni in Europa hai ottenuto anche un buon numero di punti rispetto a quanto fatto in AHL. Che tipo di gioco possiamo aspettarci da te ad Ambrì? Quali sono i tuoi obiettivi?
“Arrivando qui voglio fare tutto il necessario per aiutare la squadra a vincere. Questa è la prima cosa. Penso che una volta arrivato e stabilito ciò di cui la squadra avrà bisogno, tutti avranno un ruolo e sarà fondamentale che ognuno lo accetti e contribuisca al successo. Personalmente mi vedo come un centro two-way forte, affidabile in zona difensiva, capace di prendere ingaggi importanti, ma anche di generare gioco offensivo e tenere gli avversari sulle spine. Quando ne hai la possibilità devi sfidare i difensori, e penso che i miei punti di forza siano l’intelligenza di gioco e il tiro. Devo fare in modo che, se ho un’opportunità, il disco finisca in rete, punendo gli avversari quando ci concedono occasioni. Sono molto orgoglioso del mio gioco difensivo, ma mi piace anche lasciare che la mia parte offensiva parli per me, sfidare le altre squadre e fare in modo che questo sia un aspetto centrale del mio gioco”.

Sei anche ambasciatore dell’organizzazione McFadden’s Movement, che si occupa di salute mentale tra gli atleti. Ho letto che in particolare durante il tuo anno del Draft hai avuto alcune difficoltà legate alle aspettative nello sport e a scuola. Puoi parlarci di questo tema?
“Sì, assolutamente. Penso sia un tema molto vicino al cuore di tutti. La vita è difficile, porta con sé delle sfide, e soprattutto crescendo cerchi di capire chi sei, qual è la tua identità come persona e anche come atleta di alto livello. Guardi la NHL o il campionato svizzero, vedi questi giocatori competere ogni giorno, e sembra che non abbiano mai difficoltà. Non penso che questo sia reale nel mondo di oggi. Io avevo aspettative molto alte, e ancora oggi pretendo molto da me stesso in tutti gli aspetti della vita. Mi piace fare ogni cosa al meglio delle mie capacità, ma bisogna rendersi conto che siamo tutti umani. Va bene non stare bene. Essere in grado di parlarne quando arrivano momenti difficili, e più riusciremo a discutere delle cose complicate della vita, più sarà facile per tutti. Quando il mio capitano di allora, Garrett McFadden, mi ha chiesto di diventare ambasciatore del movimento, mi sono sentito davvero onorato, perché ho visto da vicino quanto questo tema tocchi troppe persone. Più ne parliamo, più penso che potremo aiutare tutti, specialmente gli adolescenti. È molto triste vedere ragazzi giovani lottare con queste difficoltà e con la pressione che viene messa su di loro. Crescendo, se avessi visto una persona nella posizione in cui sono io oggi dire “non sono felice ogni giorno, non sono perfetto”, penso che mi avrebbe aiutato molto. È importante capire che le persone possono avere momenti difficili. Non significa necessariamente avere una vita dura, significa vivere la vita. Penso sia davvero importante parlarne il più possibile, e apprezzo che tu mi abbia fatto questa domanda, perché è un tema a cui tengo molto”.

Come hai gestito la pressione durante la tua carriera? Per esempio nelle partite importanti, nei momenti decisivi, oppure quando devi prendere un ingaggio fondamentale. È qualcosa con cui fai ancora un po’ fatica, oppure sei cresciuto e ora sei più maturo da questo punto di vista?
“Sì, direi che da questo punto di vista sono sicuramente più maturo. Lo hai menzionato prima, se guardo ai miei ultimi tre anni in Europa, penso che non siano paragonabili a quello che ho fatto in Nordamerica. Ho imparato tantissimo durante la mia carriera e ora so chi sono come persona e come giocatore. Dentro di me c’è molta fiducia. Credo in quello che posso fare, credo di poter fare la differenza, e voglio essere un giocatore capace di trascinare la squadra. Nella mia vita ho avuto dei modelli straordinari a cui appoggiarmi quando le cose si fanno difficili. Ma per quanto riguarda la mia mentalità, so di credere in me stesso e voglio essere quel giocatore capace di guidare una squadra”.

Sono curioso, quali sono i principali modelli che hai avuto durante la tua carriera?
“Penso che la mia famiglia debba essere uno di questi, quindi i miei fratelli, mio papà e mia mamma. Sono tutti modelli importanti a cui appoggiarmi nei momenti difficili. Poi in Nordamerica ovviamente Garrett McFadden è stato uno di quelli a cui guardavo, il mio amico Nick Suzuki, e anche in Finlandia alcuni giocatori più esperti. Quest’anno in Germania posso citare Moritz Müller. Ho avuto tantissime influenze. Vedere come rispondono alla pressione, e in generale come giocatori con carriere di successo gestiscono certe situazioni e come si comportano, è qualcosa da cui cerco di imparare molto”.

Ad Ambrì ritroverai Gilles Senn. Hai giocato con lui a Binghamton qualche anno fa. Lo hai magari chiamato o gli hai chiesto qualche consiglio?
“Sì, non gli avevo parlato prima della firma, ma una volta firmato l’ho contattato e abbiamo discusso un po’ del Ticino, del club, e di tutto ciò che mi aspetta. Eravamo davvero buoni amici quando giocavamo insieme a Binghamton. Ricordo che sedevo con lui sul bus e ridevamo molto. Sarà bello ritrovarlo. È sicuramente una persona su cui mi sono appoggiato un po’ in questo periodo, lo apprezzo molto e non vedo l’ora di rivederlo”.

Nella tua carriera hai vissuto alcuni momenti importanti, ad esempio quando sei stato coinvolto nello scambio che ha portato Taylor Hall in Arizona, oppure la stagione a Guelph in cui hai superato i 100 punti in OHL. Guardando indietro, c’è un’esperienza o un momento che ti è rimasto particolarmente impresso ancora oggi?
“Sì, personalmente penso che non ci sia nulla di meglio che vincere. Tutti amano vincere. Quando puoi conquistare un titolo come abbiamo fatto nel mio ultimo anno a Guelph, non c’è niente che possa competere con quella sensazione. Mi vengono ancora i brividi quando ne parlo, pensando a quanto fosse speciale per me quella squadra. Abbiamo una chat con tutti i ragazzi che facevano parte di quel gruppo, e ogni anno ci scriviamo ancora e ci divertiamo molto. Ci sono ragazzi che giocano in NHL, Nick Suzuki, Sean Durzi, tanti giocatori che hanno disputato partite in NHL. Penso che sia qualcosa a cui aspirare, perché quando vinci un titolo, quel legame e quella connessione durano per tutta la vita. Sicuramente è uno dei momenti più importanti della mia carriera, e qualcosa che spero davvero di poter vivere di nuovo, ovvero vincere un campionato”.

(Nate Schnarr Instagram)

Hai avuto anche la possibilità di giocare alcune partite con il Canada prima del Mondiale. Penso sia sempre speciale per un giocatore canadese indossare quella maglia, e hai avuto anche la possibilità di giocare la Coppa Spengler lo scorso anno. Com’è stato tornare in Nazionale?
“È stato davvero bello. È sempre speciale poter indossare la maglia della propria Nazionale, e per me mettere quella con la foglia d’acero canadese è una sensazione quasi surreale. Ha significato davvero tanto. La Coppa Spengler è stata speciale. Vedere la Svizzera nel periodo di Natale, con la mia famiglia che è venuta a trovarmi, e condividere quell’esperienza con loro è stato molto bello. Poi è arrivata la chiamata prima del Mondiale e ho potuto indossare di nuovo quella maglia. Vedere giocatori come Macklin Celebrini e Mark Scheifele, e il modo in cui si comportano e lavorano ogni giorno è stata un’esperienza speciale che hanno contraddistinto il mio ultimo anno”.

Sul tuo profilo Instagram hai una foto con Celebrini. Com’è stato giocare con lui?
“Onestamente non penso che le parole possano rendere giustizia a quanto sia speciale come giocatore. È assolutamente incredibile. Le cose che fa… Quando ci ha raggiunto ricordo che era appena sceso dall’aereo. Era arrivato con un giorno di ritardo, era atterrato verso le 7 del mattino e noi avevamo allenamento alle 9. Aveva volato durante la notte, quindi aveva dormito poco, ma probabilmente era comunque il miglior giocatore in pista quel giorno, facendo cose che non riuscivo nemmeno a credere. E oltre a essere un giocatore così forte, è anche una persona fantastica. Quando abbiamo fatto quella foto, mi ha detto che era stato molto divertente essere sul ghiaccio insieme. Io gli ho risposto che per me era stato divertente guardarlo, perché è un giocatore straordinario. Non vedo l’ora di vedere cosa farà in futuro, penso che abbia davanti a sé una carriera incredibile”.

Penso che per te sia stata una sensazione simile a quando, anni prima, ti eri allenato con un giovanissimo Auston Matthews…
“Sì, mi sono allenato con lui perché ero stato draftato da Arizona, e Auston è di lì. È stata un’esperienza molto simile. Quando vai sul ghiaccio con giocatori così, alzano il livello di tutto l’allenamento, alzano la competitività generale. È davvero speciale essere sul ghiaccio con loro, e capisci perché sono arrivati dove sono. Sono così talentuosi, così determinati, così tecnici. Con entrambi cerchi semplicemente di guardare e assorbire qualsiasi dettaglio, qualsiasi cosa facciano che puoi aggiungere al tuo gioco, perché hanno avuto così tanto successo e sono anche grandi persone”.

Chi era invece il tuo giocatore preferito da bambino?
“Probabilmente Jonathan Toews o Sidney Crosby”.

Entrambi centri…
“Sì, entrambi centri, entrambi canadesi. Crescendo ricordo ovviamente l’impatto enorme che entrambi hanno avuto con il Canada nei grandi tornei, e tutti e due vincevano tante Stanley Cup. Crescendo guardi il successo e la grandezza, e capisci perché sono arrivati lì. Penso che sia anche il tipo di giocatori a cui cerco di ispirarmi. Entrambi sono centri forti e affidabili, capaci di contribuire offensivamente e avere un impatto, ma allo stesso tempo vogliono ciò che è meglio per la squadra nel lungo periodo. Vogliono essere grandi leader, stare dalla parte giusta del disco, essere responsabili. Vincere è la priorità numero uno. Penso che guardarli crescere abbia davvero instillato in me questo valore”.

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