
(Airxess)
BERNA – Nel mondo dell’hockey la maschera del portiere è molto più di una semplice protezione. È un elemento distintivo, capace di raccontare una storia e diventare parte dell’identità di chi la indossa. Da oltre trent’anni Alessandro “Alec” Voggel trasforma le maschere in pezzi unici, diventate nel tempo familiari agli appassionati svizzeri e non solo.
Fondatore di Airxess nel 1993, Voggel lavora oggi assieme all’ex portiere Marco Streit. Dal loro atelier bernese sono uscite centinaia di maschere utilizzate in National League, NHL, Mondiali e Giochi Olimpici, ma anche da portieri meno conosciuti che desiderava un pezzo unico. Un percorso iniziato quasi per caso da Voggel, che ha saputo trasformare la curiosità e la passione per la pittura in un’attività riconosciuta a livello internazionale.
Alec Voggel, siamo in estate, questo è ancora il periodo in cui preparate la maggior parte delle maschere per la nuova stagione?
“Era così soprattutto nei primi anni, ma ormai da circa vent’anni lavoriamo parecchio durante tutto l’anno. Dicembre può essere un mese leggermente più tranquillo, ma poi arriva sempre qualche portiere che vuole un nuovo disegno, anche se la maschera in suo possesso è ancora valida e integra. La particolarità della Svizzera è che spesso viene richiesta una nuova maschera non perché quella precedente si è rotta o rovinata, ma semplicemente per avere un design diverso. Parlando con colleghi attivi all’estero, ci rendiamo conto che qui la situazione è particolare: i portieri hanno idee, possibilità finanziarie e voglia di realizzarle”.
Airxess è nata nel 1993, in un periodo in cui questa attività era una novità. Come hai dipinto la tua prima maschera?
“In quegli anni non c’erano molti artisti che facevano questo tipo di lavoro, e spesso ci si limitava ai caschi delle moto. Per me tutto è cominciato grazie a un amico. Aveva saputo che dipingevo alcuni snowboard e, siccome era portiere dello ZS Zunzgen-Sissach, mi chiese se potessi occuparmi della sua maschera. Gli risposi di sì, anche se in realtà non sapevo ancora se ne sarei stato capace. Io tendo sempre ad accettare le sfide e poi cerco il modo di affrontarle. Quella fu la mia prima maschera e il mio amico mi fece molta pubblicità. Iniziarono ad arrivare richieste dalla terza lega, poi dalla seconda, dalla NLB e infine dalla NLA. A quel punto capii che esistevano davvero tante possibilità per sviluppare questa attività”.
Qual era invece il tuo rapporto con l’hockey? Avevi giocato da giovane?
“No, non ho praticamente mai giocato. Ero salito sui pattini qualche volta da bambino, ma prima di iniziare a dipingere le maschere non avevo mai nemmeno assistito a una partita e non conoscevo le regole dell’hockey. La passione è arrivata successivamente grazie al lavoro. Per un certo periodo seguivo ancora più partite di oggi, perché era più semplice accedere alle piste, incontrare i portieri e passare del tempo con loro. Ora, anche per ragioni di sicurezza, è diventato tutto un po’ più complicato”.

(Airxess)
Oggi lavori assieme a Marco Streit. Come si è sviluppata la vostra collaborazione?
“Circa quindici anni dopo la nascita di Airxess abbiamo cominciato anche a produrre direttamente le maschere. La produzione è rimasta interna per una decina d’anni e Marco era inizialmente arrivato per aiutarci nella loro costruzione. Dopo nemmeno un anno ci siamo però accorti che aveva una grande passione e molto talento anche per la pittura. A un certo punto eravamo una squadra di cinque persone. Oggi siamo solamente io e Marco e ci concentriamo principalmente sui disegni e sui servizi legati alle maschere”.
Avete due stili artistici riconoscibili e differenti?
“Non credo si possa riconoscere immediatamente il nostro stile come avviene con alcuni artisti che dipingono principalmente per esprimere se stessi. Noi osserviamo innanzitutto ciò che desidera il cliente e siamo in grado di lavorare con linguaggi molto diversi. Lo stile viene quindi determinato soprattutto dalla persona che indosserà la maschera e dalla storia che vuole raccontare”.
Tra le tantissime maschere realizzate, ce n’è una che ti è rimasta particolarmente nel cuore?
“Ce ne sono troppe e non riuscirei a sceglierne solamente una. Abbiamo la fortuna di lavorare con clienti fantastici, che arrivano da noi con entusiasmo e idee sulle quali hanno riflettuto anche per molte ore. Questo permette di creare qualcosa di veramente personale. Inoltre, con diversi portieri sono nate delle belle amicizie. Non si parla solamente di hockey o del prossimo disegno, ma ci si sente anche per raccontarsi altre cose. È uno degli aspetti più belli del nostro lavoro”.
Che effetto ti fa vedere una vostra creazione in televisione, magari in NHL, ai Mondiali oppure alle Olimpiadi?
“È ancora oggi una grande emozione. Se vediamo una maschera in una fotografia, su una rivista oppure in televisione, siamo felici di vedere esposto il nostro lavoro. Non è qualcosa che considero normale, nemmeno dopo tutti questi anni. La maschera ha inoltre uno status davvero particolare. I portieri vengono riconosciuti anche attraverso il loro casco e non mi viene in mente un altro oggetto sportivo che abbia un ruolo così personale e distintivo”.
Come sono cambiate le tecniche negli ultimi trent’anni?
“Oggi esistono strumenti completamente nuovi, compresa l’intelligenza artificiale. Questo rappresenta per noi una concorrenza. Ci sono persone che preparano un’immagine al computer prendendo fotografie da diverse fonti, aggiungono qualche effetto e stampano il risultato su una pellicola da applicare alla maschera. È sicuramente un procedimento più semplice e veloce, ma per me non è vera arte. Noi continuiamo a dipingere tutto a mano e ogni maschera deve essere unica. Non replichiamo nemmeno i nostri stessi lavori: se una maschera viene persa oppure un cliente ci chiede di rifarla identica, preferiamo creare qualcosa di nuovo. Servono tantissime ore e il prezzo è inevitabilmente più alto, ma sulla maschera si vede il rispetto dedicato al lavoro. Questo aspetto manca nelle nuove tecnologie”.
Questo significa che sei contrario all’utilizzo dell’intelligenza artificiale?
“Assolutamente no. La utilizzo anch’io, ad esempio per cercare idee o creare alcuni elementi grafici. Bisogna essere aperti alle nuove tecnologie. Anche la fotografia è passata dalla pellicola al digitale e chi non è disposto ad accettare i cambiamenti rischia di rimanere indietro. La differenza sta nel modo in cui lo strumento viene utilizzato. Ci sono artisti bravissimi che partono da una pagina bianca e realizzano un’intera illustrazione al computer: quella per me è arte. Prendere invece fotografie realizzate da altri, unirle e aggiungere due o tre effetti è qualcosa di completamente diverso. Un po’ questo mi dà fastidio. L’intelligenza artificiale può aiutarci nel processo creativo, ma il nostro lavoro finale rimane realizzato a mano”.

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Quanto è importante conoscere personalmente il portiere prima di cominciare il lavoro?
“È fondamentale. Se una persona non può raggiungerci, possiamo discutere tutto via mail oppure al telefono, ma il risultato migliore nasce quando il cliente viene nel nostro atelier. Posso guardarlo negli occhi e capire immediatamente, anche dalle sue reazioni, che cosa desidera realmente. Alcuni arrivano senza alcuna idea precisa e, semplicemente parlando, riusciamo a costruire una storia capace di occupare l’intera maschera. In genere annotiamo solamente due o tre concetti, senza preparare un disegno completo da offrire ai clienti. Cominciamo a dipingere e decidiamo strada facendo in quale direzione procedere, dunque il cliente non conosce il risultato sino a quando arriviamo alla fine del lavoro. Questo lascia spazio alla creatività e alle intuizioni che nascono durante il processo”.
Il portiere scopre dunque il risultato solamente alla fine?
“Sì, ed è necessaria una grande fiducia. Alcuni spendono 2’500 franchi o anche di più senza sapere esattamente quale sarà il risultato finale. Quando consegniamo la maschera e osserviamo la loro reazione è sempre un momento speciale. Se dobbiamo spedirla e il portiere ci chiede una fotografia in anteprima, a volte gliene mandiamo apposta una sfocata, così può intuire qualcosa senza vedere davvero il disegno. Lo abbiamo fatto anche con Leonardo Genoni e Jonas Hiller. Aprire la scatola e vedere la maschera per la prima volta dal vivo rimane completamente diverso rispetto a guardare una fotografia. A volte ai nostri clienti facciamo degli scherzi, ma proprio per mantenere unico il momento della scoperta”.
Con alcuni di loro sono nate anche amicizie importanti…
“Sì, siamo stati ad esempio una settimana a casa di Jonas Hiller a Los Angeles, e siamo andati assieme alle partite. Sono esperienze davvero speciali. Con diversi portieri non ci si limita alla consegna della maschera, ma si crea un rapporto personale e si finisce per conoscere molto della loro vita. Naturalmente anche loro imparano a conoscere noi”.
Prima hai detto di non riuscire a scegliere una maschera preferita, ma ti è venuta in mente una storia particolare legata a Remo Giovannini…
“La prima volta che Remo venne da noi aveva viaggiato per circa due ore da Davos, ma io mi ero completamente dimenticato del nostro appuntamento. La situazione avrebbe potuto essere spiacevole, invece lui rimase tranquillissimo e iniziammo a parlare. Mi aveva chiesto un disegno con il paesaggio di Davos e il cielo, ma mentre lavoravo pensai che avevamo già realizzato diverse volte qualcosa di simile. Decisi così, senza domandarglielo, di cambiare completamente il progetto e creare una maschera tribale solamente in bianco e nero. Fu sicuramente una scelta rischiosa, ma sentivo di avere capito la sua personalità ed ero sicuro che fosse la scelta giusta. Quando Giovannini vide la maschera rimase senza parole e ne fu entusiasta. Oggi quella maschera si trova negli Stati Uniti, nella collezione di un appassionato che possiede circa 200 pezzi tra i più preziosi. Io e Remo siamo ancora amici e continuiamo a ridere ripensando a quella storia”.

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Nel vostro settore ci sono artisti molto conosciuti, come David Gunnarsson. Negli anni si è creata una sorta di comunità, oppure è un ambiente molto competitivo?
“Abbiamo alcuni contatti in Canada e negli Stati Uniti, ma non esiste una comunità particolarmente stretta nella quale ci si scrive continuamente. Con David Gunnarsson di DaveArt non abbiamo mai avuto veri contatti, anche se nei primi anni c’era stata una certa concorrenza. Itech aveva scelto sia noi che lui per creare alcuni disegni standard, successivamente riprodotti per le maschere destinate ai bambini. Oggi i nostri stili e il nostro modo di lavorare sono talmente diversi che questa competizione non esiste più”.
Dopo oltre trent’anni c’è ancora un grande portiere per il quale sogni di realizzare una maschera?
“Non è mai stato quello il mio obiettivo. Non mi interessa lavorare con qualcuno solamente per poter dire di avere dipinto la maschera di un portiere NHL. Voglio clienti che abbiano passione e che abbiano pensato davvero a ciò che desiderano. Alcuni portieri vengono da me e mi dicono “disegna quello che vuoi tu”, ma per me questo non è interessante, nemmeno se si tratta di portieri importanti. Preferisco fare altre cose. Può trattarsi anche di un bambino di otto, dieci o dodici anni che ha risparmiato tutti i suoi soldi per realizzare il disegno dei suoi sogni. Per noi quel cliente ha la stessa importanza di Leonardo Genoni. Rispettiamo sempre l’ordine di arrivo e non mettiamo davanti nessuno, nemmeno i professionisti. In passato qualche portiere di National League non lo ha apprezzato, ma questa è da sempre la nostra filosofia. Quei bambini, dopo dieci anni, tornano da noi ricordando il rispetto con cui erano stati trattati. È così che vogliamo continuare”.

