
ZURIGO – Reto Berra è infine riuscito a conquistare un sospirato e meritatissimo titolo da protagonista con il Friborgo. L’estremo difensore della Nazionale è al Mondiale dopo settimane di emozioni a iosa. Forse saranno gli ultimi della sua lunga e onorata carriera. Con il 39enne abbiamo parlato – in un’intervista senza veli – di emozioni, paure mentali e del suo futuro in quel di Kloten. Una sorta di cerchio che si chiude.
Reto Berra, non deve essere stato evidente uscire da quella fantastica bolla targata Gottéron, riconcentrarsi e mettere il focus sulla Nazionale e i Mondiali casalinghi…
“Non è effettivamente stato semplice. Ho potuto vivere dei momenti incredibili con il Friborgo. Ero completamente immerso nell’avventura, il Mondiale di casa appariva ed era così lontano. Poi però tutto è finito ed è andato velocissimo. Ho avuto due o tre giorni per festeggiare con i tifosi e in seguito è arrivata la telefonata del coach con la convocazione. Non è stato facile chiudere il capitolo Friborgo mentalmente, ma in estate quando tutto sarà finito potrò riaprirlo, gustarmi qualche birra e godermi nuovamente tutte le emozioni. Siamo professionisti, a livello mentale dobbiamo essere capaci di chiudere un capitolo e aprire il prossimo. Ora penso esclusivamente alla Nazionale, c’è un altro obiettivo, il passato è accantonato, tutto ricomincia da zero”.
Overtime di Gara 7 della finalissima. Tu in qualità di portiere eri consapevole del momento? Cosa ti frullava nella testa?
“Come posso spiegartelo… Non credo di essermene reso conto. Ero nel mio mondo, nella mia zona, lavoro sul mentale e quando sei dentro a una partita non realizzi tutto ciò. Ancora oggi non me ne rendo conto. Pure quando ripenserò a tutto sarà difficile per me capire quanto fatto, cosa sia accaduto. Così tanti overtime, molti ostacoli, il primo turno contro il Rapperswil pure deciso al supplementare della “bella”. Io personalmente come portiere in passato avevo parecchi problemi quando c’erano le partite importanti, avevo paura dei grandi momenti. In questi playoff sono stato messo molto alla prova in questo senso, ci sono state parecchie gare tirate, sentivo molta responsabilità. Tanta gente mi diceva che si doveva finalmente ottenere il primo titolo e che il ruolo del portiere era importantissimo. Per il sottoscritto è stata molto dura, anche perché molti fan mi dicevano che ai tempi di Bykov e Khomutov se ci fosse stato un altro estremo difensore il titolo lo si sarebbe già conquistato. Quel portiere era Dino Stecher, una persona che personalmente amo molto, gli voglio tanto bene. Dino è stato anche l’assistente allenatore quando giocavo nel Bienne. Pure questo non ha fatto che aumentare la mia pressione. Alla fine sono fiero del mio lavoro, di come sia riuscito a giocare con la mente libera e abbia saputo gestire le attese”.

Qual è stato il tuo primo pensiero quando Wallmark ha segnato il gol risolutore? È andato a tuo papà, prematuramente scomparso nel 2011?
“Sì, proprio a lui. Dopo ogni vittoria guardo in alto verso il cielo (Berra alza la testa e osserva il soffitto, ndr). Lui ci è sempre stato per me, mi ha sempre sostenuto, veniva sempre a vedermi, sia negli juniori, sia in Prima Lega con il Dübendorf. Mi scarrozzava dappertutto ed era estremamente fiero di me. Dopo il pensiero nei suoi confronti non so però descriverti cosa mi sia passato per la testa. Ero pieno di emozioni, mia mamma era seduta dietro la mia gabbia. In una foto in cui sono ritratto subito dopo il gol si vede la mia faccia, la mia espressione… È quella di uno che non ha capito nulla. Non riuscivo nemmeno a comprendere che fosse la fine di un lungo viaggio, pieno di prove faticose, qualcosa di surreale, di indescrivibile. Ancora oggi non riesco a trovare le parole”.
Un momento per nulla scontato, pensando specialmente alla tua delicata operazione alla schiena nel 2022. Non eri nemmeno sicuro di poter continuare veramente l’attività agonistica a certi livelli. Hai pensato anche a questo?
“(Berra riflette per una decina di secondi, ndr.). È così, c’era incertezza in quel periodo. Forse ci ho pensato, non lo so, è difficile dirlo. Sinceramente non credo di averci riflettuto, ma arriverà quel momento. Come dicevo prima, tutto è andato veloce, non ho ancora avuto quella fase di calma per stare solo con me stesso. Appena terminerà il Mondiale me ne andrò in perfetta solitudine da qualche parte, magari al mare, e lì avrò il tempo per ripensare a tutto. Ora non ho ancora avuto il tempo di analizzare a fondo quanto accaduto. I giorni dopo il titolo sono stati dedicati alla festa e alla gioia condivisa con i compagni, i miei cari e i tifosi. L’affetto e l’amore ricevuti sono stati qualcosa di incredibile. Come detto, mi prenderò il tempo per ripensare da solo, con calma e in qualche bel posto, agli eventi delle ultime settimane”.
E poi inizierai una nuova sfida a Kloten. Si può dire che è un cerchio che si chiude. Da bimbo tifavi per gli aviatori, e il mitico Reto Pavoni era il tuo idolo…
“Assolutamente, per questo porto il numero 20 di Pavoni (Berra indica la sua schiena, ndr)”.
Certo che sarà un grande cambiamento. Con il Friborgo l’obiettivo era il titolo, con il Kloten le ambizioni sono decisamente altre, anche se il Thun calcistico insegna…
“(Berra ride, ndr). È veramente qualcosa di nuovo, affronterò la sfida con tanta gioia. Significa molto per me, è un carico di emozioni. Da bambino andavo sempre alla pista assieme a mio papà per ammirare Pavoni. Il mio più grande desiderio era quello di poter prima o poi indossare quella maglia. Che ciò sia possibile ora, alla fine del mio cammino agonistico, mi riempie di gratitudine. Provo una grande gioia in vista di questa avventura, so che sarà una bella sfida. La qualità c’è. A Friborgo c’era una grande squadra attorno a me, spero che anche a Kloten si riuscirà ad arrivare a quei livelli, anche se oggi evidentemente non lo si è ancora. Non avrei potuto concludere meglio il mio viaggio con il Gottéron, questo mi dà ulteriore carica e gioia per questa nuova avventura, una sorta di ritorno a casa. Mia mamma e mia sorella, con cui ho ottimi rapporti, abitano ancora a Bülach, è bello sapere di tornare vicini a loro”.

Quindi ti s’incontrerà spesso anche all’Hirslen durante le partite del Bülach?
“Sì, ho ancora ottimi rapporti con il club. Quando ci sono gli Swiss Hockey Day cerco sempre di presenziare a Bülach, mio nipote gioca a hockey lì, è una società che porto nel mio cuore”.
Hai firmato un contratto biennale con il Kloten. Diventerai allenatore dei portieri una volta appesi i gambali al chiodo, o magari continuerai ad essere attivo nel ramo gastronomico?
“Amo lo sport, vorrei restare in questo ambito. Posso immaginarmi molto bene di essere attivo in qualità di allenatore dei portieri. Anche nel ramo mentale c’è ancora tanto potenziale di sviluppo qui in Svizzera. Io vorrei aiutare i giovani, o più in generale le persone. Parlo per esperienza personale, quando ero giovane ho dovuto vivere e superare momenti duri, mi mettevo troppa pressione, andavo tra i pali con quasi la paura di giocare. Qualcosa che non sarebbe stato necessario se avessi avuto le conoscenze attuali. Ecco perché ho un grande interesse nell’argomento. Quando ho firmato con il Kloten ho detto ai dirigenti del club che al termine delle due stagioni di contratto da portiere vorrei rimanere all’interno della società e riportarla nell’arco dei prossimi 5-10 anni ai fasti di una volta. Vedremo però cosa accadrà, tutto è aperto”.
L’ultima domanda non può che essere dedicata alla Nazionale. Sarà il tuo ultimo Mondiale, oppure sei uno come Ambühl: fino a quando verrai convocato, risponderai presente?
“Sinora ero come Ambühl, ma durante questa stagione mi sono fatto dei pensieri in merito. Sarebbe un bel finale terminare la carriera internazionale con un Mondiale casalingo. È dunque possibile che questa sia la mia ultima presenza in rossocrociato, ma non ho ancora preso una decisione definitiva. Prima pensiamo a giocare e a concludere questa rassegna iridata, poi in estate rifletterò sul da farsi”.

