
ZURIGO – Chi domenica guardava alla finale contro la Finlandia come un’occasione da “ora o mai più” ovviamente aveva torto. La Svizzera potrà riprovarci in futuro, l’opportunità di conquistare il primo storico oro della nostra storia non si è esaurita con la terza finale di fila conclusasi con l’amarezza del titolo di “vicecampioni”, ma sicuramente non si ripresenterà presto un contesto tanto favorevole in cui provarci.
Tra proverbi e modi di dire, uno però ha purtroppo preso concretezza. “Tre indizi fanno una prova”, perché soprattutto ripensando alle finali di Stoccolma e Zurigo è chiaro che alla Nazionale manchi qualcosa per presentarsi all’ultimo atto con la decisione e la consapevolezza giusta per andare fino in fondo. Le gambe e le mani avevano però tremato un anno fa contro degli Stati Uniti già battuti nella fase a gironi, ed esattamente la stessa cosa è successa alla Swiss Life Arena contro la Finlandia.
In questa occasione ci sono state maggiori opportunità di trovare il gol che sarebbe valso l’oro, ma i tanti errori di imprecisione e nervosismo hanno nuovamente detto che la Svizzera non è ancora una delle grandi. Sulla carta era sicuramente attrezzata per compiere l’impresa – a maggior ragione quest’anno, in cui le avversarie avevano rose meno prestigiose di altre edizioni – ma in termini di carattere e mentalità la prospettiva della vittoria crea ancora più ansie che determinazione.
Queste sensazioni per i colori rossocrociati non sono una novità. Ci ricordiamo tutti la recente maledizione dei quarti di finale, con diverse eliminazioni goffe dopo fasi di qualificazione affrontate in carrozza, scoglio però poi superato nelle più recenti edizioni in cui la squadra non aveva mostrato dubbi. Manca però ancora uno scalino, e ci si può chiedere come si riuscirà a salirlo.

A Genoni non si può chiedere più di così, nelle ultime tre finali perse ha sempre subito un solo gol, per giunta all’overtime negli ultimi due anni. Josi è stato anche quest’anno stellare, ma con il portiere non condivide soltanto il titolo di MVP del Mondiale, vinto prima da uno e poi dall’altro. Entrambi sono infatti ormai nelle fasi finali della carriera. Genoni compirà in estate 39 anni, mentre Josi ha spento proprio all’indomani dell’ultima partita le 36 candeline. Chissà, magari entrambi sono già al capolinea in rossocrociato, o potrebbero comunque esserlo presto.
Nel mettersi al collo un nuovo argento è dunque la tematica del tempo quella che maggiormente crea dei rammarichi. Senza però esagerare, perché buona parte del gruppo attuale avrà occasione di continuare a giocare assieme ancora per diversi anni – oltre metà della rosa è sotto i 30 anni, e vari elementi li hanno superati di poco – e dalla prossima stagione potremmo finalmente vedere all’opera Lian Bichsel, che potrebbe portare in dote degli ingredienti di cui la squadra attuale non dispone molto, ovvero fisicità e spiccata cattiveria agonistica.

Anche stavolta è insomma inutile guardarsi indietro. Insistere e non arrendersi è l’unico modo per arrivare finalmente a coronare quel sogno che è rimasto una nuova volta incompiuto, ma che ha lasciato in eredità anche due settimane in cui si è visto un entusiasmo davvero eccezionale. Più travolgente anche di quanto ci si potesse attendere.
La nostra Nazionale ha in fondo saputo fare qualcosa di unico in questi ultimi anni, ovvero ispirare e commuovere nonostante delle sconfitte da spezzare il cuore. Questo fa bene al nostro hockey, perché l’entusiasmo fa crescere lo sport e aumenta le possibilità che tra i giovanissimi che hanno seguito affascinati questo torneo si possa nascondere il prossimo Roman Josi. La speranza è che dia un incentivo pure in termini di infrastrutture, anche solo pensando a una Finlandia che, con una popolazione quasi dimezzata rispetto a quella svizzera, vanta più del doppio delle piste sul suo territorio e una proporzione cinque volte superiore in rapporto al numero di abitanti.
Perché in fondo affermare “ora o mai più” significa considerarsi al capolinea. Follia per una nazione che vive di hockey come non mai. Forse basterà un altro anno di attesa, forse ce ne vorranno altri dieci, ma la strada imboccata quando Patrick Fischer aveva osato mettere l’asticella altissima alla sua entrata in carica è quella giusta.
Sì, in fondo lo sentiamo un po’ tutti e sarebbe folle non crederci, un giorno anche la Svizzera sarà campione.

