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La Svizzera scelse il compleanno del 1 agosto mentre imparava a giocare a hockey

Alla fine dell’Ottocento la Festa nazionale iniziò a diventare una tradizione, mentre un gioco arrivato dall’estero muoveva i primi passi nel Paese. Due storie parallele che il 1 agosto 1948 finirono anche per incontrarsi

Il 1 agosto appartiene ormai da generazioni all’immaginario elvetico, tra bandiere rossocrociate, discorsi ufficiali, falò e fuochi d’artificio. Eppure la Festa nazionale, almeno nella forma che conosciamo oggi, non risale al Medioevo. La Svizzera ha scelto il proprio compleanno solamente alla fine dell’Ottocento.

Anche l’hockey sembra appartenere da sempre al nostro Paese. È facile immaginarlo nato spontaneamente tra laghi ghiacciati e villaggi alpini, quasi fosse una naturale conseguenza dell’inverno svizzero. La sua storia racconta però qualcosa di diverso. Mentre la Confederazione costruiva il mito del 1 agosto, negli alberghi di lusso e nei collegi internazionali si iniziava a sperimentare un gioco arrivato dall’estero. In un certo senso, la Svizzera scelse il proprio compleanno mentre imparava a giocare a hockey.

Il Patto federale del 1291, attorno al quale è stato costruito il racconto della nascita della Confederazione, non indica infatti il 1 agosto come data precisa. I documenti storici fanno riferimento in maniera generica all’inizio del mese, e fu soltanto nel 1891 che il Consiglio federale decise di celebrare i 600 anni del Paese in quella data. La Svizzera moderna, quella nata con la Costituzione federale del 1848, aveva allora appena 43 anni e sentiva il bisogno di attribuirsi radici più lontane, un giorno simbolico e una storia comune.

Quella del 1891 fu inizialmente una celebrazione straordinaria. Il 1 agosto divenne un appuntamento annuale solamente dal 1899, anche su impulso degli svizzeri residenti all’estero, che vedevano altri paesi celebrare regolarmente la propria identità nazionale. E il giorno festivo valido in tutta la Confederazione arrivò ancora più tardi, soltanto nel 1994. Dietro una ricorrenza percepita come storica si nasconde dunque una tradizione relativamente recente, costruita e consolidata nel tempo.

(Wikimedia / Swiss National Library)

Quasi contemporaneamente, un altro elemento destinato a entrare nell’identità elvetica stava facendo la sua comparsa. Attorno al 1880, turisti britannici e nordamericani portarono in Svizzera le prime forme di hockey e bandy. Il gioco si diffuse soprattutto nelle località di villeggiatura dei Grigioni e delle Prealpi vodesi, dove i grandi alberghi cercavano nuove attrazioni per una clientela internazionale e benestante. Le piste di pattinaggio erano a quei tempi principalmente infrastrutture turistiche prima ancora che sportive.

L’hockey degli inizi non apparteneva quindi al popolo, ma agli ospiti dei Grand Hotel e agli allievi dei collegi più esclusivi. Si giocava per divertirsi, mantenersi in salute, socializzare e anche per farsi vedere. Sul ghiaccio scendevano uomini e donne elegantemente vestiti, ben prima che l’organizzazione agonistica trasformasse l’hockey in uno sport principalmente maschile. Era un passatempo cosmopolita, importato e praticato soprattutto da persone che in Svizzera si trovavano soltanto di passaggio.

Il passaggio decisivo avvenne quando il gioco uscì dagli alberghi. I giovani delle località alpine iniziarono a imitarlo nelle strade e sugli specchi d’acqua ghiacciati, costruendosi i bastoni con assi di legno e utilizzando, secondo alcune testimonianze raccolte dal Museo nazionale svizzero, persino sterco di cavallo congelato al posto del disco.

Tra i principali pionieri ci fu Max Sillig, direttore di un istituto privato a Vevey e ancora oggi considerato uno dei padri dell’hockey elvetico. Fu tra i promotori della lega romanda nel 1904, dell’HC Bellerive l’anno seguente e della Federazione svizzera nel 1908. Il movimento si strutturò rapidamente e nel gennaio 1910 Les Avants, sopra Montreux, ospitò il primo Campionato Europeo della storia, con la partecipazione anche della Svizzera.

(FOSPO image archive)

Nel giro di pochi decenni, dunque, sia la ricorrenza del 1 agosto che l’hockey completarono un percorso simile. La prima era nata dalla necessità politica di creare un racconto nazionale condiviso, il secondo dal turismo internazionale e dall’iniziativa di albergatori, insegnanti e studenti. Entrambi furono inizialmente fenomeni limitati, prima di essere adottati dalle comunità e trasformati in qualcosa di profondamente identitario.

Le due storie finirono per incontrarsi davvero nel 1948, un anno particolarmente significativo per l’hockey svizzero. Pochi mesi dopo il bronzo conquistato dalla Nazionale alle Olimpiadi di St. Moritz, proprio il 1 agosto 1948 venne introdotto ufficialmente il nome EHC Biel per il club nato dalla fusione tra il vecchio sodalizio seeläander e l’EHC Tornado Biel.

La storia del Bienne aveva avuto inizio nel 1939 grazie a Heinrich Plüss, che dopo alcuni contrasti interni aveva lasciato il club per fondarne uno concorrente. Gli anni della guerra furono talmente difficili che il sodalizio riuscì a sopravvivere anche grazie alla vendita di una macchina da scrivere per 130 franchi. Nel settembre 1947 le due società si riunirono sotto il nome EHC Tornado, prima di recuperare quello di “EHC Biel” nel giorno della Festa nazionale. Senza denaro, senza una pista adeguata e spesso costretto ad allenarsi a Berna o a disputare le partite casalinghe nell’Oberland, il club era ancora lontanissimo dai titoli del 1978, 1981 e 1983. Ma quel cambio di nome rappresentò una piccola rinascita identitaria, coincisa significativamente con il giorno in cui l’intero paese celebrava la propria.

(corvin-mueller.com)

Il 1 agosto tornò a intrecciarsi con l’hockey in maniera particolarmente significativa nel 2020. Nel pieno della pandemia, dopo la cancellazione dei playoff e di un Mondiale che avrebbe dovuto svolgersi in Svizzera, la Federazione e i club indirizzarono una lettera aperta alle autorità federali e cantonali. Chiedevano una prospettiva per tornare a giocare davanti al pubblico e concludevano con una frase pensata appositamente per la ricorrenza: “Per noi esiste un solo fuoco d’artificio: sul ghiaccio”.

Nello stesso giorno, a Toronto, Carolina e New York Rangers disputarono la prima partita NHL della storia nel mese di agosto. La lega ripartiva dopo quattro mesi e mezzo di pausa e Nino Niederreiter partecipò al 3-2 degli Hurricanes, fornendo l’assist sul gol decisivo di Martin Necas.

Anche il presente offre un’ultima immagine significativa. In questo 1a agosto 2026, Saskia Maurer, portiera del Berna e medagliata di bronzo pochi mesi fa alle Olimpiadi, sarà l’oratrice ufficiale della Festa nazionale di Zäziwil.

I festeggiamento del 1 agosto e la popolarità dell’hockey nel nostro paese condividono dunque il fatto di sembrare elementi naturali e antichissimi della Svizzera, ma sono il risultato di contaminazioni, decisioni, adattamenti avvenuti nel tempo. Il compleanno nazionale fu scelto alla fine dell’Ottocento, l’hockey arrivò quasi negli stessi anni dentro le valigie dei turisti stranieri.

La Svizzera non è dunque nata davvero il 1 agosto e nemmeno l’hockey rossocrociato è nato sulle sue montagne. Eppure entrambi sono diventati autenticamente svizzeri. Perché l’identità, come lo sport, non dipende soltanto dal luogo in cui qualcosa ha origine, ma da ciò che una comunità decide di farne.

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