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Lugano

Il cambiamento ha dato al Lugano i mezzi per capire la vera realtà

Il primo anno dell’era McSorley ha visto una stagione in chiaro-scuro, e il cambio di mentalità ha scoperto i limiti di una rosa corta e bisognosa di qualità. Il club deve dar seguito a un progetto finalmente credibile

“La base è solida, continueremo a costruire su questo”. A Lugano, dopo l’eliminazione nei quarti di finale ad opera dello Zugo, tutti ripetono questo concetto. Eppure, malignamente, si potrebbe anche suggerire che le cose siano semplicemente andate peggio di un anno fa, dopo l’uscita, sempre ai quarti, con una partita giocata in più contro il Rapperswil. Ma è davvero così?

Il verdetto finale preso come fine a sé stesso lo dice chiaramente, ma sull’arco di una stagione da montagne russe per il Lugano ci sono molte cose che invece indicano un cambio di tendenza. L’annata scorsa, semplicemente, aveva detto di un Lugano estremamente dipendente da pochi uomini (Arcobello, Fazzini, Heed, su tutti) che adoperava un sistema semplicemente insostenibile a medio e lungo termine che si è difatti sciolto in maniera naturale e quasi imbarazzante di fronte ai sangallesi, sul piano del gioco, della grinta e della leadership interna e della panchina.

L’uscita contro lo Zugo invece parla di una squadra che seppure non sia riuscita a vincere nemmeno una partita ha invece ritrovato spirito battagliero, compattezza del gruppo e capacità anche di giocare alla pari con i campioni svizzeri, ottenendo decisamente meno di quanto il lavoro prodotto avrebbe dovuto regalare.

Perché i limiti di fronte a certe squadre rimangono elevati, perché i bianconeri ad oggi non sono ancora in grado di eliminare – o andare perlomeno vicini a farlo – l’organizzazione di Dan Tangnes.

Il Lugano è arrivato all’appuntamento dei playoff passando per la porta sul retro, e quanto di buono fatto nell’insidioso preplayoff, contro un lanciatissimo Ginevra, non va assolutamente dimenticato e va archiviato alla voce dei passi avanti, per la capacità di cambiare ritmo e testa dopo un finale di regular season che sembrava fin troppo rilassato. Sfida al Servette che è arrivata dopo un lungo inseguimento ai primi sei posti della classifica, che a un certo punto stavano a soli tre punti di distanza, ma che poi si sono allontanati inesorabilmente per l’incapacità dei bianconeri di prendersi gli scontri diretti di gennaio e febbraio in particolare.

Scontri diretti ai quali il Lugano era arrivato dopo due mesi quasi entusiasmanti, dalla pausa di novembre via Arcobello e compagni avevano infilato la media di 2,34 punti a partita dopo i terribili mesi di settembre e ottobre caratterizzati dalla lunga sequela di infortuni, con quelli a Niklas Schlegel in particolare che hanno pesato moltissimo su tutta la squadra, sia per i punti persi che per la sicurezza che è mancata a tutto il reparto, nonostante lo sforzo profuso sia da Fatton che da Fadani, ragazzi talentuosi ma che logicamente non potevano ancora sorreggere tutto quel peso, fosse anche solo per la fiducia che si trasmette ai compagni di movimento.

Infortuni che pesano prima o poi su tutte le squadre, ma bisogna anche essere onesti nel riconoscere che una squadra in pieno ed iniziale cambiamento di gioco e mentalità con tutta quella sequela di assenze in porta e nel top six non può che andare in contro a momenti di grande difficoltà, e quando una squadra di base concede già uno straniero e mezzo agli avversari (Josephs comunque positivo ma incostante ai ritmi della NL in un pacchetto a quattro, mentre su Boedker abbiamo detto ormai tutto) non può che rimanere sempre due passi indietro.

Non è stato un caso quindi che alla ripresa dopo la pausa di novembre la squadra di McSorley abbia decisamente cambiato marcia con la rosa al completo, infilando la media di 2,34 punti a partita fino ai primi di gennaio, quando un logico assestamento ha portato la media a 1,79 punti, avvicinandola però a quei primi sei posti che sembravano lontanissimi, con squadre come Rapperswil, Bienne e Davos che fino a lì non avevano perso un colpo e non avevano dato alcun segno di cedimento.

Il problema principale per il Lugano stava lì, se le squadre davanti non hanno mai mollato, i bianconeri non sono mai riusciti a tenerne il passo, ottenendo praticamente il 75% dei propri punti contro le squadre dal settimo posto in giù, mostrando grande fatica a rubare punti alle top del campionato nonostante partite di ottimo livello, soprattutto contro Friborgo, Davos e ZSC Lions.

Questo è un aspetto che ha preoccupato in vista dei playoff e che puntualmente si è avverato, nonostante il livello delle partite giocate dal Lugano contro lo Zugo sia stato ottimo e spesso alla pari dei campioni svizzeri, ma prima di trovare quella malizia, tranquillità ed esperienza i bianconeri hanno davanti anni di grande lavoro. Chris McSorley ha dato un’identità battagliera alla squadra, è sempre stato piuttosto onesto e lucido nel leggere le situazioni e a trasmetterle all’esterno senza mai nascondersi dietro alla retorica, ne ha cambiato quel carattere che le scorse stagioni si era rivelato morbido e rinunciatario, ma non è ancora riuscito a dargli equilibrio nel gioco, e non sarà ancora facile.

Il passaggio dai tempi di Serge Pelletier (che riprendeva tutto sommato quello di Greg Ireland intermezzato dal breve passaggio di Sami Kapanen) a quello dell’ex coach del Ginevra ha richiesto un cambiamento totale alla squadra, che da almeno sei stagioni (significa 400 partite giocate praticamente alla stessa maniera) si era basata su uno stile molto difensivo e speculativo, passando oggi a un’idea di gioco propositiva, offensiva e focalizzata su un forecheck molto profondo e aggressivo.

Un cambiamento che va a spazzare via in un amen stagioni e stagioni puntellate sulle prestazioni dei portieri (facile quando si può contare su chi di cognome fa Merzlikins) e su pochi uomini offensivi quali Hofmann, Klasen, Pettersson o Lapierre, un cambiamento che deve portare un nuovo sistema finalmente più sostenibile, ma che per essere effettivo o quantomeno funzionante necessita di tantissimo lavoro e soprattutto giocatori capaci di apprenderlo in fretta, senza più che si possano nascondere da certi compiti essenziali.

Non è stato un caso che sul piano difensivo il Lugano abbia vissuto una stagione a “pendolo”, perennemente alla ricerca del giusto equilibrio tra una produzione offensiva insufficiente e un rendimento in retrovia passato da ottimo a quasi disastroso (con un box play che era punto di forza a cavallo di Natale, con 23 inferiorità numeriche consecutive superate, poi diventato tallone d’Achille nei playoff) a seconda di come si muoveva la squadra per cercare i giusti movimenti.

In questa stagione dove si è voluto portare un cambiamento radicale di mentalità e di gioco sono usciti i pesanti limiti di una rosa non solo molto corta in attacco – sensazione che si aveva già in estate e su cui si è oggettivamente fatto troppo poco – ma anche di diversi giocatori dal rendimento altalenante, periodico o eccessivamente “emozionale”. Da un Fazzini passato nell’ombra nel 2022, passando per un Bertaggia sempre encomiabile per sforzo ma a conti fatti molto arruffone, arrivando alla grande delusione di Boedker, il Lugano ha pagato dazio per la differenza di qualità con le concorrenti più forti, e questa qualità non la si misura solo con i numeri della classifica marcatori.

Al Lugano è mancata nei ruoli, dal top six alla quarta linea, dove si misura la qualità con l’intelligenza tattica e la capacità di portare a termine il proprio cambio con pulizia e ordine – guardiamo a Yves Stoffel, a secco di reti ma sempre tra i più bravi nell’interpretare il ruolo assegnato, ma in generale tutti i nuovi volti di questa stagione, e non è un caso – e qui prendiamo ad esempio ancora lo Zugo, che in terza e quarta linea non ha per forza solo fenomeni o fuoriclasse, ma giocatori come Zehnder, Allenspach, Leuenberger o ancora Senteler e il futuro bianconero Marco Müller (gran colpo) che a ogni pattinata hanno in chiaro il proprio compito e come portarlo a termine nella maniera migliore. Anche questa è qualità, e va oltre l’idea dell’avere quattro linee di fuoriclasse, si basa sulla formazione, l’allenamento e la capacità dei giocatori di tramutare tutto questo sul ghiaccio in rendimento oggettivo.

Nei pre playoff e nei quarti molti giocatori bianconeri hanno fatto un passo in più, altri hanno dovuto per forza mostrare i propri limiti, ma poi sono mancati anche alcuni fuoriclasse, su tutti un Daniel Carr che nelle sei partite di postseason ha messo a segno una sola rete (in Gara-1 a Ginevra) ma soprattutto nelle sfide contro i campioni svizzeri è rimasto emarginato dal gioco.

Le valutazioni sui singoli verranno più in là, ora si può fare una stima della distanza che separa i bianconeri dalle top del campionato, ed è ancora parecchia. La vittoria del titolo in tre anni? Non è impossibile l’exploit, ma un tentativo o due fini a sé stessi abbiamo visto a cosa portino sul lungo periodo senza una progettazione, per costruire una squadra che possa lottare per la vittoria finale su uno spazio temporale di una decina di anni occorre lavorare su tanti fronti, non solo in prima squadra ma anche su società, formazione, strutture e naturalmente portafoglio, perché comunque i giocatori buoni ci vogliono e vanno pagati, se non si accetta questo ci si toglie dalla testa certi pensieri.

Il Lugano può fare questi passi? Sicuramente sta pensando a come farli e le illusioni del passato costruendo una squadra su due anni per poi scrutare la nebbia sono state messe da parte, l’impressione è che ora le idee siano molto più chiare e soprattutto al passo con i tempi.

Chris McSorley e Hnat Domenichelli sapranno costruire la squadra giusta? La società saprà dargli i mezzi necessari per riuscirci? La risposta l’avremo nel tempo, ma questa volta, passando sopra alla delusione per un’altra eliminazione ai quarti di finale, ci si sente di poter dare finalmente fiducia al progetto (sì, l’abbiamo scritta, quella parola maledetta da tutti) se quanto promesso verrà mantenuto. Con la prudenza acquisita in anni di transizione e disfacimenti della squadra, ma forse questa volta la strada può essere veramente quella giusta, perché le idee sembrano finalmente chiare e al passo con la realtà. Quella realtà che fino a poco tempo fa qualcuno rifiutava di riconoscere.

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