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I nuovi volti della NL 2026/27: il canadese Ian Mitchell

Il Berna ha scelto un difensore rimasto a lungo tra NHL e AHL. Arriverà con il profilo di un difensore mobile, intelligente e abituato a gestire il puck

I nuovi volti della NL 2026/27: il canadese Ian Mitchell

IAN MITCHELL


Età: 27
Posizione: D
Altezza: 183 cm
Peso: 87 kg
Shoots: right

Provenienza: Syracuse Crunch (AHL)
Draft: 2017, Round 2, 57esima scelta, Chicago Blackhawks
Contratto: due anni
Nazionalità: 🇨🇦

Un difensore per rilanciare il Berna

Il Berna con l’ingaggio di Ian Mitchell ha aggiunto alla propria retrovia un difensore con esperienza nordamericana e caratteristiche ben precise. Il 27enne arriverà nella Capitale dopo aver giocato nell’organizzazione dei Tampa Bay Lightning, in una stagione iniziata a Grand Rapids e proseguita poi a Syracuse.

Il suo arrivo rientra in una fase di cambiamento importante per gli orsi, che dopo un campionato deludente hanno annunciato diverse correzioni al proprio organico. Mitchell è stato presentato da Martin Plüss come un difensore two-way dinamico, capace di rafforzare la squadra sia per qualità tecniche che per personalità.

Il suo profilo è quello di un difensore mobile, con buona lettura del gioco e abituato a partecipare alla costruzione. Non è un elemento che fa leva sulla fisicità, ma un puck mover che può dare ordine all’uscita dal terzo e sostenere l’azione quando trova spazio.

Mitchell arriverà in Svizzera dopo non essere riuscito a trovare stabilità in Nordamerica, nonostante buone qualità tecniche e leadership. A 27 anni può trovare in Europa una dimensione più centrale, dopo un percorso rimasto spesso diviso tra richiami sporadici in NHL e ruolo importante in AHL.

Da Calahoo al percorso universitario

Mitchell è nato a St. Albert, in Alberta, ma il suo percorso è molto legato a Calahoo, piccolo paese dove ha iniziato a giocare. È cresciuto in un ambiente familiare molto vicino all’hockey. Il padre Bill ha giocato e poi allenato lui e il fratello Sean, mentre lo zio Roy era stato scelto dai Montréal Canadiens nel Draft 1989 e ha giocato per diversi anni da professionista.

Questa dimensione familiare ha avuto un peso naturale nel suo sviluppo. Mitchell non è cresciuto in uno dei grandi centri hockeyistici canadesi, ma in un contesto più piccolo, dove il percorso è passato prima da Calahoo e poi dagli Spruce Grove Saints in AJHL, a circa mezz’ora da casa.

La scelta della AJHL e poi della NCAA è stata significativa. Mitchell avrebbe potuto seguire altre strade giovanili, ma ha puntato su un percorso che univa sviluppo sportivo e formazione scolastica. Con Spruce Grove ha giocato due stagioni, firmando 64 punti in 109 partite e imponendosi come uno dei difensori più interessanti della lega.

In quegli anni ha iniziato anche a entrare stabilmente nel giro delle selezioni canadesi. Ha vinto l’oro al World Under-17 Hockey Challenge nel 2015, ha giocato l’Ivan Hlinka Memorial Cup nel 2016 e il Mondiale U18 nel 2017. Già lì non era un difensore dominante per struttura, ma aveva pattinaggio, visione e capacità di muovere il puck.

Nel Draft NHL 2017 i Chicago Blackhawks lo hanno scelto al secondo turno, con la 57esima chiamata assoluta. I report di quegli anni lo indicavano come un difensore ancora da sviluppare fisicamente, ma con buone basi, letture pulite e qualità da puck mover. Era un profilo interessante proprio perché aveva margine, ma anche un’identità già chiara.

Denver, leadership e maturità

Il passaggio alla University of Denver ha rappresentato la parte più formativa della sua carriera. Mitchell è arrivato ai Pioneers nel 2017 e ha avuto subito un ruolo importante. Da freshman ha prodotto 30 punti in 41 partite, risultando uno dei difensori più produttivi della squadra e tra i migliori giovani della NCAA nel suo ruolo.

Nella seconda stagione ha continuato a essere uno dei riferimenti della squadra, chiudendo con 27 punti in 39 partite e contribuendo al percorso dei Pioneers sino alla Frozen Four del 2019. In quell’annata ha anche giocato il Mondiale U20 con il Canada, ottenendo tre punti in cinque partite.

Il momento più importante è arrivato però nella stagione 2019/20, quando Mitchell è stato nominato capitano. È una scelta che racconta bene il tipo di personalità che aveva costruito a Denver. Non era solamente un difensore offensivo, ma un giocatore centrale nello spogliatoio, rispettato per maturità, lavoro e affidabilità.

Quell’anno ha firmato 32 punti in 36 partite, con dieci gol, chiudendo tra i migliori difensori della NCAA e ricevendo il premio di MVP della squadra. La stagione si è poi chiusa in modo brusco, con la cancellazione dei tornei per la pandemia, impedendogli di vivere un’ultima vera corsa universitaria.

La parentesi a Denver ha aggiunto anche un dettaglio curioso al suo percorso. Nel dicembre 2019 Mitchell ha vinto la Coppa Spengler con il Team Canada, firmando tre punti in quattro partite. Era ancora un giocatore universitario, ma quella competizione gli ha permesso di misurarsi con un contesto internazionale senior prima ancora di diventare professionista.

Una NHL mai conquistata del tutto

Dopo tre stagioni a Denver, Mitchell ha firmato il contratto entry-level con Chicago nel 2020, rinunciando all’ultimo anno universitario. Il debutto in NHL è arrivato nella stagione 2020/21, in un contesto particolare segnato dalla pandemia. Con i Blackhawks ha giocato 39 partite, firmando sette punti e trovando anche il suo primo gol nella lega.

L’inizio sembrava promettente, ma negli anni successivi Mitchell non è riuscito a conquistare stabilmente un posto in NHL. Nel 2021/22 ha giocato soprattutto a Rockford, in AHL, dove ha prodotto 35 punti in 57 partite. Con Chicago ha invece disputato otto incontri, restando in una posizione intermedia tra prospect da sviluppare e difensore di profondità.

La stagione 2022/23 lo ha visto nuovamente diviso tra Rockford e Chicago. In NHL ha giocato 35 partite, ottenendo otto punti, ma senza trovare quella continuità che gli avrebbe permesso di stabilirsi nella lineup. Per un difensore come lui, abituato a incidere con il puck, non era semplice emergere con minutaggi limitati e un ruolo spesso prudente.

Nell’estate 2023 è stato ceduto ai Boston Bruins, nello scambio che ha portato Taylor Hall e Nick Foligno a Chicago. A Boston ha ritrovato Jim Montgomery, suo ex allenatore a Denver, ma anche lì il percorso è rimasto diviso tra NHL e AHL.

Con Providence ha prodotto bene, confermandosi un difensore importante per il livello AHL. Nel 2023/24 ha ottenuto 24 punti in 42 partite, mentre nell’ultimo campionato con i Bruins ha firmato 27 punti in 47 incontri con Providence e 15 presenze in NHL con Boston. Il problema, ancora una volta, non era la mancanza di qualità, ma la difficoltà di trasformarsi in un difensore fisso nel massimo campionato.

Una nuova dimensione in Europa

Nell’estate 2025 Mitchell ha firmato con i Detroit Red Wings, ma la sua stagione è iniziata in AHL con i Grand Rapids Griffins. Anche lì ha avuto un impatto solido, con 20 punti in 45 partite e un +27. A marzo è poi stato scambiato ai Tampa Bay Lightning, che lo hanno assegnato ai Syracuse Crunch.

In totale Mitchell ha accumulato oltre cento partite in NHL tra Chicago e Boston, ma la sua vera continuità è arrivata in AHL. È lì che ha potuto giocare con più responsabilità, gestire il puck, essere utilizzato in situazioni offensive e assumere un ruolo più vicino alle sue caratteristiche.

Il passaggio al Berna rappresenta dunque una scelta comprensibile. In Svizzera potrà avere un ruolo più stabile e centrale, senza dover vivere nella logica dei richiami all’ultimo momento con ruoli spesso diversi. Il suo adattamento sarà comunque da verificare. Mitchell dovrà essere pulito nelle uscite, evitare di forzare giocate a rischio e dimostrare di poter reggere anche fisicamente nelle serate più intense.

Per il Berna l’operazione ha senso proprio per questo equilibrio. Mitchell porta qualità tecniche,  una storia da giocatore abituato a responsabilità importanti sin dall’università. Non è il difensore dal grande nome con un passato in NHL, ma un profilo ancora nel pieno della carriera, con margini per diventare in Europa qualcosa di più stabile rispetto a quanto gli è riuscito in Nordamerica.

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