
ZUGO – È una calda serata estiva in quel di Zugo. Paolo Duca ha appena terminato una lunga giornata di lavoro. Il neo CEO dell’EVZ è all’inizio di una nuova avventura. Oltre 20 anni dopo la sua esperienza da giocatore nelle fila dello Zugo, quando ancora si giocava alla mitica Herti. Per “Duke” è come se avesse preso la macchina del tempo del professor Zapotec: ritrovarsi come a 20 anni senza famiglia e tutto solo in riva al fiume Lorze.
“Per certi versi un po’ sì. Ho ritrovato un luogo in cui ho abitato per cinque anni, ci sono tanti ricordi che tornano a galla, anche se c’è da dire che Zugo è cambiata parecchio nel frattempo”, ha debuttato Duca. “Ovviamente adesso con la famiglia in Ticino tutto è differente, ma sotto qualche aspetto forse sono un po’ ritornato in quella fase di vita in cui ero appunto ventenne”.
Come mai hai accettato l’offerta dello Zugo? Qual è stato l’aspetto preponderante?
“L’aspetto preponderante è il legame con la società, dove ho passato bellissimi momenti. Ho vissuto un inverno con un po’ di distacco, durante il quale mi sono preso una pausa. Più passava il tempo, più maturava la consapevolezza che mi sarebbe piaciuto rimanere nel mondo dell’hockey. Mi ero candidato in qualità di direttore sportivo delle Nazionali, ma non ho ricevuto il posto. Ci sono state alcune discussioni qua e là, alla fine mi si è presentata questa opportunità e non ci ho pensato tanto. È una situazione particolare, lo Zugo ha cambiato CEO e direttore sportivo quasi contemporaneamente, quindi non c’era nemmeno tanto tempo per analizzare la situazione nei dettagli. È stata più una decisione di pancia maturata in pochi giorni e discussa con la famiglia. È una sfida, quando ho accettato sapevo cosa fosse successo, ma non conoscevo nei dettagli tutte le situazioni. Mi sono detto “o lo fai oppure no”. Ci sono tante sfide da affrontare. Ho accettato per il legame che ho con questo club, la passione per l’hockey, la voglia di rimanere in questo mondo e la consapevolezza che lo Zugo sia una bella società con i presupposti giusti per fare bene”.
Hai parlato della tua assenza. Dopo la rottura con l’Ambrì ti sei veramente esiliato. In seguito a poco a poco sei tornato a essere ospite in alcune trasmissioni sportive e hai seguito i Mondiali come consulente della RSI. Sei praticamente passato dal 200% allo 0% in un attimo e sei rimasto lontano da ottobre sino ad aprile. Che cosa ti è mancato di più?
“Il contatto quotidiano con la squadra, i collaboratori e il resto del mondo dell’hockey. Era voluto questo distacco. Trovo corretto che, quando si lascia una posizione del genere o comunque non si è più in carica, sia giusto non interferire. Se sei a disposizione per dire la tua o rilasciare interviste rischi di mettere in difficoltà il tuo successore. Questa non è mai stata la mia volontà. C’è stata una rottura un po’ brusca, ma il mio amore e la mia passione per l’Ambrì non cambiano e ho sempre sperato il meglio per l’HCAP, ecco perché non ho voluto interferire o mostrarmi”.
Ti sei reso conto immediatamente di quanto fosse successo dopo quel famoso 8 ottobre? Spesso quando si hanno certe separazioni, se ne prende coscienza solamente dopo alcune settimane…
“Sì. Sono sempre stato abbastanza lucido. Sono sicuramente stato anche emotivo, ma perché ci ho sempre tenuto. Ci ho messo invece un po’ a ricaricare le batterie e a digerire la delusione. Ho sempre sentito questo incarico come una missione, come un senso di responsabilità grande, forse anche esagerando. Guardavo le partite a casa da solo con il cuore in gola, visto che la mia famiglia andava a vedere i match alla pista. Speravo nel bene, non avendo più la possibilità di poter influire sull’andamento delle cose. Alla fine era comunque la squadra che avevamo composto con Cereda, mi sentivo dunque ancora parte di quel progetto, pur sapendo che non era più così”.
Ora a Zugo sei il CEO. Una funzione decisamente meno legata alla parte sportiva. È qualcosa che un po’ ti pesa o ne sei consapevole? Sei pronto a questa missione più lontana dall’aspetto sportivo?
“Non te lo nascondo. Non stavo cercando attivamente la posizione da CEO nel mondo dello sport. Si è presentata l’occasione ed è stata la valutazione di più fattori a farmi accettare. Oltre al legame di cui ho già parlato, forse da qualche parte nella mia testa sapevo che avrei avuto questa chance, che un giorno o l’altro mi sarebbe piaciuto provare a ricoprire questa posizione. Ho una formazione che va in questa direzione, con una laurea in economia e un master in management. È comunque una grande sfida a livello professionale. Dovrò imparare tante cose, entro in una situazione non certo di calma piatta. Sono cosciente, ho fatto uno o due passi indietro dall’aspetto sportivo, ma va bene così. Alla fine anche il nostro direttore sportivo Suihkonen ha tanta esperienza nell’hockey come allenatore e skillcoach, ma non in qualità di DS. Se lo vorrà e domanderà la mia opinione, metterò a sua disposizione la mia esperienza in questo ambito”.
Onestamente, se io fossi in Suihkonen non sarei così contento di averti come CEO…
“Perché?”
Perché avere in casa uno come te, conosciuto da tutti come DS di lungo corso, per uno senza esperienza è una presenza scomoda e ingombrante. Non credi?
“Devi domandarlo a lui, io penso che possa essere un valore aggiunto avere qualcuno da cui puoi imparare qualcosa. Senza arroganza, eh. Al di là del valutare gli aspetti tecnici, ci sono molte altre cose legate all’amministrazione, ai regolamenti e ai trasferimenti. Pure le trattative sono un’arte, si possono imparare alcuni aspetti, come ad esempio i contatti con gli agenti e le famiglie. A livello hockeistico non ho nulla da insegnare a Suihkonen, ma ci sono appunto molti contorni che dovrà approfondire. Io sono consapevole di essere a Zugo in qualità di CEO e non di direttore sportivo, il mio focus è tutto sulla mia funzione, ma sono aperto a dare una mano anche al nostro DS qualora lo ritenesse opportuno”.
Certo che anche per te non sarà semplice raccogliere l’eredità di Patrick Lengwiler. Lui era a Zugo da una vita e ha decisamente lasciato una grande impronta. Insomma, una bella responsabilità e forse un ulteriore stimolo…
“Se non vado errato, Patrick era attivo nel club da 29 anni. Pensa che quando sono arrivato nel 2002 era l’allenatore dei moskito e quando ho lasciato il club, cinque anni più tardi, era diventato da poco il direttore sportivo. Ha fatto un gran percorso professionale sino a diventare CEO. Ha fatto un gran lavoro, con lui ho sempre collaborato molto bene, ho un grande rispetto per quanto ha saputo costruire. La società è strutturata molto bene e si avvale di tanti collaboratori molto validi e motivati. Detto ciò, non sono d’accordo con il tuo discorso di fondo. Non è questo il mio approccio. Io non sono qui per essere misurarmi con Lengwiler. Sono qui il club cercava qualcuno per ripartire, o meglio riprendere in mano le cose da subito. Il mio approccio è semplicemente fare il bene dello Zugo. Sono cosciente di quanto abbia fatto il mio predecessore, avremo ancora modo di collaborare, perché c’è in ballo un ampliamento della pista che lui ha contribuito ad ideare e progettare”.
Vedi delle analogie tra Zugo e Ambrì? Dopo molti anni di stabilità, ci sono stati scossoni enormi in entrambe le piazze…
“Sì, i cambiamenti sono stati abbastanza bruschi, repentini ed emotivi in entrambi i luoghi. D’altra parte però è anche vero che le società rimangono, le persone no. Lo avevo già detto ad Ambrì. Le persone possono lasciare un segno, c’è chi lascia un segno più lieve e chi uno più indelebile, ma sono solo un pezzettino della storia di un club e qualsiasi società è più grande del singolo. Reto Kläy e Patrick Lengwiler hanno fatto tantissimo per l’EVZ, ma nello sport, dove ci sono tante emozioni, è anche più facile che si arrivi a questi epiloghi”.
Il mondo dell’hockey è piccolo, spesso ci si ritrova. Sei di nuovo con Kubalik. Hai già parlato con lui?
“Poco, non ho ancora avuto molto tempo. Quando ho iniziato il mio lavoro i giocatori erano ancora in vacanza. L’ho visto il primo giorno, quando ho portato i saluti della società al primo allenamento. Mi fa piacere rincontrarlo, come persona e come giocatore, ma questo vale pure per altri elementi della rosa”.
Cosa ti immagini? Sarà più strano affrontare l’Ambrì da quest’anno in qualità di dirigente, oppure faceva più effetto quando giocavi nello ZSC e nell’EVZ?
“(Duca ride, ndr). Non lo so veramente. Adesso ho assunto una nuova carica e una sfida professionale in una società che mi piace, ma comunque rimango sempre nel cuore e nell’anima un grande tifoso dell’Ambrì. Auguro ogni bene al club biancoblù, i miei figli giocano nel settore giovanile e spero che anche loro possano vivere quel sogno di poter indossare la maglia della prima squadra”.
Ti conosciamo come persona focosa anche durante le partite, uno che va sempre a mille. Sei conscio che magari a Zugo in qualità di CEO dovrai essere un po’ più contenuto e non sbottare così tanto, oppure non riuscirai a snaturarti?
“In fin dei conti io credo nell’autenticità. Uno può anche essere emotivo, ma poi la cosa finisce lì. Alla fine bisogna essere ragionevoli e anche essere capaci di scusarsi per avere esagerato. Il motivo vero per cui mi piace così tanto l’hockey, come per te, è perché crea un sacco di emozioni. Queste ultime sono il succo della vita e sono sempre benvenute, poi ogni tanto vanno sopra le righe, ma va bene così. Ho molta più paura di quel giorno dove non ci saranno più le emozioni”.

