
LUGANO – Al termine dell’incontro amichevole tra Lugano e Davos abbiamo incontrato Jordy Murray per una piacevole chiacchierata. Il più giovane dei figli di Andy, ex coach bianconero negli anni 90 e a lungo sulle panchine di NHL e nazionale canadese, ha appena iniziato la sua carriera da assistente allenatore tra i professionisti proprio in quella che è stata casa per ben cinque membri della stessa famiglia: “È una sensazione fantastica essere di nuovo qui – afferma il 36enne – sapevo che prima o poi sarei tornato a Lugano e questa occasione è perfetta per continuare la mia carriera e imparare ancora tantissime cose”.
Bentornato Jordy, come sta andando questa estate dal tuo ritorno a Lugano?
“Sta andando tutto alla grande per ora, mi sono subito calato nel lavoro e in questo staff sto imparando veramente tante cose. Tomas e Stefan sono due grandi persone e due grandissimi conoscitori del gioco, non avrei potuto capitare meglio per continuare il mio percorso, il gruppo è fantastico e lavora veramente sodo, sono felicissimo”.
Prima tuo padre Andy, poi tuo cugino Marty, tu, i tuoi fratelli Brady e Sarah e infine il tuo ritorno come membro dello staff. Cosa c’è di così particolare che lega la famiglia Murray a Lugano?
“Per noi della famiglia che siamo passati da qui Lugano è un posto molto speciale, ero destinato a ritornarci. Mio fratello Brady è rimasto qui a lungo e ha amato moltissimo questo posto, mia sorella ha giocato per due stagioni nelle Ladies e anche mio padre Andy, nonostante la sua esperienza da allenatore sia durata poco, mi ha sempre parlato benissimo di Lugano e del club fin da quando ero ragazzino, e anche io ho bellissimi ricordi del mio periodo da giocatore. Anche senza pensare alle nostre esperienze familiari io credo che per l’hockey di alto livello in Europa ci siano pochi posti come Lugano, per la storia che ha scritto, per l’organizzazione, per la qualità di vita, è un luogo praticamente perfetto in una delle nazioni più belle d’Europa. Adesso però è anche giunto il momento di costruire qualcosa di grande e siamo qui a lavorare per questo”.
Quali sono state le reazioni in famiglia quando hai deciso di tornare a Lugano come assistente allenatore?
“La prima telefonata è stata a mio fratello Brady, gli ho detto di questa opportunità e lui senza esitazioni mi ha risposto solo “coglila!”. Era comunque nei miei piani il ritorno in Svizzera prima o poi, e questa occasione è stata praticamente un sogno che si avverava, perché Lugano con i suoi tifosi mi è sempre rimasta nel cuore. Certo è che il trasferimento è stato un po’ diverso rispetto al passato dato che ora ho una famiglia, ma siamo tutti entusiasti di poter fare questa esperienza”.
Hai trovato dei cambiamenti rispetto al periodo che hai passato a Lugano da giocatore?
“È difficile dire veramente quali differenze ci siano, sono passati diversi anni e nella mia prima esperienza ero un giocatore, quindi il mio pensiero andava solo agli allenamenti e alle partite, non avevo molte idee di cosa si occupasse il management. Oggi posso osservare le cose da una prospettiva diversa e vedo un club molto ben organizzato e gestito in ogni suo settore, e lavorando nello staff devo dire che Janick Steinmann mi ha impressionato per la passione e la dedizione che mette nel suo lavoro, vuole veramente portare questa società ad un alto livello e non lascia nulla al caso. Per quanto riguarda la città posso senz’altro dire che il traffico mi sembra peggiorato! (ride, ndr) Ma in sostanza resta un posto fantastico in cui vivere. Oggi sono qui con una mentalità diversa, da giocatore ero single e la mia routine era sempre la stessa tra l’appartamento e la pista, mentre ora ho una famiglia, le abitudini sono molto cambiate e le giornate molto più piene, ma riesco a godermi questo posto in tutta altra maniera”.

Tu sei a Lugano in qualità di assistente nello staff e come responsabile degli attaccanti. Ci puoi spiegare nello specifico quali sono i tuoi compiti quotidiani?
“Oltre a preparare gli allenamenti e le partite, che rimangono compiti abituali di tutti i componenti dello staff, io mi occupo nello specifico dello sviluppo degli attaccanti e delle loro skills. Lavoro individualmente con loro, analizziamo situazioni e capacità al video, una cosa molto usuale soprattutto in Nord America dove si curano molto nei dettagli queste cose e sempre di più si vuole sviluppare la tecnica individuale. Devo dire che qui ho trovato un livello tecnico generale molto alto, ci sono giocatori con basi tecniche di altissimo livello con la capacità di sviluppare un gioco di possesso del disco di grande qualità”.
Data la tua esperienza in NCAA, quali sono le differenze maggiori che hai trovato nel passare dai college al professionismo in Svizzera?
“Le differenze sostanziali stanno nel fatto che nei college ti occupi giornalmente di giocatori che hanno l’obiettivo unico della NHL. Sono tutti determinati nel raggiungere quel traguardo e ogni giorno vogliono feedback da parte dello staff tecnico, vogliono vedere video, migliorarsi su ogni cosa, dall’altro lato però sono anche ragazzi giovani con voglia di vivere e tanti interessi fuori dal ghiaccio e dalle aule, quindi devi seguirli molto attentamente e indirizzarli nella maniera giusta. Con i professionisti il lavoro è diverso soprattutto per quanto riguarda le loro personalità. È vero che anche qui troviamo giocatori giovani e molto ambiziosi, ma normalmente in una squadra di “pro” ci sono giocatori e uomini più maturi, che hanno una famiglia, età ed esperienze diverse e che sanno regolarsi in maniera più autonoma, ma non per questo senza voglia di migliorarsi. Sono sorpreso dalla fame e dalla passione che i giocatori di questa squadra sanno mettere in pista ogni giorno anche in allenamento, senza paura di confrontarsi con video e preparatori individuali, da questo punto di vista cambia poco”.
In Svizzera abbiamo avuto un assaggio di hockey collegiale con la partecipazione alla Coppa Spengler della U.S. Collegiate Selects, e grazie a coach Guy Gadowsky abbiamo capito dove collocare la NCAA. Dal tuo punto di vista l’hockey universitario ha dei vantaggi rispetto ad altre leghe giovanili nello sviluppare i giovani verso il professionismo?
“La routine quotidiana nei college è gestita in maniera diversa rispetto ad altri campionati di sviluppo, per prima cosa perché si giocano meno partite e ci sono più allenamenti tra un incontro e l’altro, quindi si può lavorare maggiormente sulla crescita individuale rispetto a campionati dove il calendario è più fitto e le squadre sono molto più ampie. Inoltre si lavora con giocatori di una fascia di età mediamente più alta e su più stagioni, riuscendo anche a porre degli obiettivi di crescita fisica e atletica molto alti rispetto ad altre leghe giovanili, tenendo conto del fatto che nei college viene dedicata grande attenzione alla parte fuori dal ghiaccio, con l’obiettivo di “limare” quello scalino che resta verso l’hockey professionistico”.

Immaginiamo che l’esempio di tuo padre ti abbia influenzato non poco nella scelta della carriera dopo l’hockey giocato…
“Per me è stato un passaggio del tutto naturale, non ho avuto forzature, ma di sicuro la carriera di mio padre mi è stata ed è ancora oggi d’esempio e fonte di ispirazione anche e soprattutto per la passione e la dedizione che ha messo nel suo lavoro fino all’ultimo giorno che ha passato da allenatore. Per me tutto è iniziato al termine della mia carriera da giocatore nel 2016, quando sono partito da una compagnia che si occupava di preparazioni atletiche specifiche e di sviluppo individuale con delle palestre in Minnesota e una parte di lavoro sul ghiaccio. Dopo qualche anno nel settore e la collaborazione con alcune squadre sono entrato nello staff di Notre Dame proprio la stagione successiva al ritiro di mio padre che allenava pure lui in NCAA. Cerco di portare avanti questa “tradizione di famiglia” con orgoglio e con la voglia di arrivare chissà, magari anche in NHL dove è arrivato papà, anche se raggiungere quel livello di carriera e successo è un obiettivo difficilissimo, ma cerco ogni giorno di dare il meglio per arrivare il più in alto possibile”.
Una piccola curiosità, hai ritrovato Luca Fazzini e Dario Simion, che ai tempi erano già tuoi compagni di squadra. Strano ritrovarli oggi nel ruolo di membro dello staff?
“È stato bello ritrovarli, ai tempi eravamo tutti molto più giovani, loro anche più di me e sono felicissimo di vedere come abbiano sviluppato le loro carriere. Sapendo che erano ancora in squadra ho parlato subito con loro appena prima di raggiungere Lugano e devo dire di aver trovato oltre a due grandi giocatori anche dei grandi leader sia sul ghiaccio che nello spogliatoio. Giocatori come loro sono un grande aiuto anche nella quotidianità degli allenamenti, sono un esempio per tutti e sono felicissimo di averli ritrovati dopo così tanti anni”.


