
Tra l’inizio di questo millennio e il 2016 Daniel Steiner è stato una delle bocche da fuoco del nostro hockey. “Dänu” è stato in questo lasso di tempo anche uno dei migliori attaccanti a non aver mai disputato un Mondiale. Anticonformista, non sempre facile da gestire e innamorato del gol, l’oggi 45enne è stato una sorta di precursore per quanto riguarda tutto ciò che è legato alla preparazione, ormai sempre più individuale, come prediligeva appunto lui. Ora, dopo una lunga esperienza da coach al Thun in MyHockey League, dà il suo sapere e il suo vissuto alle giovani leve del Berna.
Dänu, non ci sentiamo da parecchio in maniera formale…
“È proprio così, sono contento della vostra chiamata, è bello sapere di non essere dimenticato, mi fa proprio piacere”.
Il piacere è nostro, un’intervista con te l’avevamo in mente da molto tempo. Allora, hai un’estate diversa dal solito con la nuova sfida in quel di Berna?
“Un po’ sì. Rispetto a Thun, qui a Berna tutto è più grande. A Thun ero spesso da solo, mentre ora sono circondato da diverse persone all’interno dell’organizzazione. Ci sono i vari coach, i responsabili del settore giovanile, facciamo dei workshop, si svolgono riunioni, si cerca di ottimizzare il tutto. C’è molto più dialogo e la densità è evidentemente maggiore”.
Come mai hai fatto questa scelta?
“È una sorta di passo successivo, è stata una decisione ponderata verso l’hockey professionistico. La categoria U21 è quella più alta, l’ultima concernente la formazione, è molto importante, l’ultimo step verso l’hockey degli adulti. Cercherò di portare la mia filosofia hockeistica a questi giovani, ci sono anche più ambizioni, voglio dare il mio sapere ad altri e allo stesso tempo continuare il mio sviluppo personale. Insomma, è stata una decisione logica”.
A proposito di filosofia, quando eri un giocatore eri un fautore della preparazione individuale. Eri un pioniere, a quei tempi quel tipo di discorso non era ancora così sviluppato come oggi e si tendeva maggiormente alla preparazione collettiva. Sei contento presumo dell’evoluzione…
“Per me lo sviluppo si ottiene grazie all’individualizzazione. Ti faccio l’esempio della scuola. Sarebbe bello se ci fossero più maestri a disposizione dei bambini. Quando hai una sorta di professore privato, impari di più e in maniera più veloce. Forse in questo senso sono stato effettivamente un po’ un precursore, ma inconsciamente. Era semplicemente la mia visione, per migliorarmi e ottimizzare il mio potenziale. Oggi si sono fatti dei passi avanti rispetto alla mia epoca, ma ci sono ancora margini di progressione. Quando giocavo io questo desiderio d’individualità causava un po’ di disordine, le persone erano insicure di questa visione, oggi appunto si è presa coscienza che facendo così il potenziale di ogni singolo può uscire in maniera migliore”.

(PostFinance/PHOTOPRESS/Karl Mathis)
Parliamo dei quattro anni in MyHockey League al Thun. Che esperienza è stata? A mio avviso questa lega viene un po’ sottovalutata, il prodotto è buono, si vede un bell’hockey…
“È sicuramente così, ci sono tanti bravi giocatori che per un motivo o per l’altro non sono riusciti ad arrivare al massimo livello, oppure non hanno nemmeno voluto. Io sono arrivato come un newcomer sulla panchina del Thun, non avevo nessuna esperienza. Per il sottoscritto era una specie di laboratorio, per poter testare cosa funzionava nella mia filosofia e cosa no, cosa riuscivo ad implementare e applicare, oppure a cosa dovevo rinunciare. È stata una bellissima esperienza. Al primo anno siamo subito arrivati in finale, poi abbiamo avuto delle defezioni, dovute a infortuni o abbandoni, abbiamo dovuto ricostruire un po’, prendere nuove strade e decisioni. Ho vissuto tante emozioni, mi sono plasmato come coach e prendo con me un sacco da montagna bello pieno. Mi sono veramente divertito”.
Nella tua carriera hai invece cambiato moltissime squadre. Perché? E ce n’è una che ti è rimasta particolarmente nel cuore?
“Partiamo dalla seconda domanda. Più che altro ho nel cuore le persone, non tanto i club. Tutta la gente che ho incontrato durante la mia carriera un po’ dappertutto, persone che hanno fatto un pezzo del mio percorso con me. Per quanto riguarda il mio cammino, beh… Ho cominciato a Langnau, lì sono comunque rimasto per parecchi anni (sei stagioni, ndr) e con costanza. Il logico passo era poi approdare in un grande club e cercare il titolo. In seguito arrivò un infortunio, ci fu poi il sogno del Nordamerica. Quando mi resi conto che non era più realizzabile e che non aveva senso restare oltreoceano, tornai a Langnau e la mia intenzione era quella di rimanervi a lungo. A volte però ci sono delle decisioni che non puoi nemmeno influenzare e quindi cominciai la mia tappa ticinese. Dapprima a Lugano e poi ad Ambrì. Con il passare degli anni si diventa anche più testardi, le ultime stagioni sono state un viaggio perenne, non ho mai trovato una vera casa e quindi ho sempre cambiato maglia. Riguardando indietro, non sempre sportivamente parlando tutto è andato in maniera ideale o come si pensava all’inizio, ma fa parte dello sport professionistico. Tutti questi cambiamenti, ogni nuova stazione, mi hanno però fornito un grande pedigree e sono dei vantaggi nella mia funzione attuale di allenatore, ho visto così tante realtà. Ciò è un grande aiuto per il sottoscritto”.
Non hai mai vinto nulla. È qualcosa che ti pesa, o in fondo hai fatto la tua bella carriera, ti sei guadagnato da vivere e quindi va bene così?
“Se si guarda la cosa in maniera realistica, sono poche le persone che vincono nello sport rispetto a chi lo pratica. Cosa vuol dire vincere? Alzare una coppa? Se chiedi a Ronaldo, non ti dirà che non è mai diventato campione del mondo. Ti parlerà piuttosto della sua famiglia, della sua gioventù, delle circostanze che ha dovuto affrontare sino a diventare lo sportivo che è. Per me è questa la vittoria. Non voglio filosofare troppo, ma è così. Ovvio, vincere è bello, è la fine del prodotto in sostanza, ma non è quello che conta veramente. Te lo direi anche se avessi vinto quattro titoli nazionali. Crescere come persona, svilupparti come sportivo, essere in viaggio con un gruppo… Questi elementi valgono più di qualsiasi coppa o trofeo. Ho vissuto tante esperienze, queste sono le vittorie, sono le più importanti sia in qualità di persona che in quella di allenatore”.
Ti manca l’hockey giocato? Ti piace riguardare i tuoi vecchi gol e magari mostrare a tuo figlio che giocatore era il papà?
“Hai toccato un buon punto. Forse in pochi te lo direbbero così apertamente. La malinconia c’è, a volte sogno di giocare nuovamente, ma ormai è qualcosa che non tornerà più. Mio figlio Moritz ora ha 9 anni, va a tutto gas e ha tanta gioia nel giocare a hockey. Rivivo la mia gioia di un tempo tramite i suoi occhi, è una bella sensazione, ma appunto c’è anche un po’ malinconica per il tempo che fu. Non riguardo le mie vecchie immagini da un po’. Tempo fa Moritz ha voluto guardare qualche mio spezzone, più che altro voleva vedere le mie esultanze dopo i gol. Lui è un amante di queste gesta, gli piace imitare i giocatori famosi quando esultano, pure dei calciatori, praticamente conosce i gesti di giubilo di tutti quelli famosi”.
Hai smesso da ormai quasi 10 anni, i tuoi giocatori ti conoscono ancora come l’attaccante che eri?
“Credo proprio di no, la maggior parte non mi conosce in questa veste, ed è anche un bene in fondo. È importante che mi conoscano in qualità di allenatore e che mi rispettino per questo, e non per il mio passato da attaccante. Il rispetto te lo devi guadagnare per quanto stai facendo ora, non per una tua attività precedente del passato”.

(PostFinance/PHOTOPRESS/Marcel Bieri)
Immagino che anche le richieste di autografi e fotografie siano lontani ricordi. Ti mancano, oppure ti piace la tranquillità?
“Mi piace avere la mia quiete, non mi mancano queste cose. A volte magari capita ancora che qualcuno si presenti con qualche vecchia maglia da fare firmare, ma appunto, la gente non mi riconosce più, anche se onestamente in Svizzera la richiesta di foto o autografi non è così frequente. Intendiamoci, ho sempre apprezzato e considerato i tifosi che desideravano una foto o un autografo, ma è qualcosa di cui non ho bisogno nel mio quotidiano”.
Immagino lo stesso valga per noi media? Non ti manchiamo…
“È così, ma pure voi fate parte del gioco. In fondo mi piace se posso dare il mio piccolo contributo per aumentare l’attenzione verso il nostro sport, come ad esempio fare questa intervista. È qualcosa di positivo, che faccio molto volentieri, ma non è qualcosa di cui appunto necessito”.
Guardiamo al futuro. Il tuo sogno e obiettivo è diventare un allenatore di National League?
“La mia pretesa è semplicemente quella di ottenere il massimo da me stesso. I migliori alla fine arrivano al top, ovvero a occupare una panchina di NL. Ma è veramente la cosa migliore per me, e la situazione in cui posso esprimermi e funzionare al meglio? È lì che ottengo il massimo? Non è sempre evidente parlare di sogni e obiettivi durante il percorso lavorativo. Certo, allenare ai massimi livelli sarebbe bello, sto seguendo la via per forse un giorno poter arrivare lì. Magari funzionerà, magari no, forse rimarrò nell’ambito della formazione. Non mi faccio pensieri in merito, Berna è una nuova tappa, mi consente appunto di progredire, conoscere un’organizzazione di National League e magari avere la possibilità di dare un’occhiata al modo di lavorare di uno staff del massimo campionato. Mi rallegro, è un processo di crescita e sviluppo, vedremo dove mi porterà”.
Dänu, ti ringraziamo, ma c’è ancora l’ultima domanda, la più cattiva. L’ala Daniel Steiner, tra tutti i compagni di squadre avuti, chi vorrebbe avere sempre al suo fianco in attacco per una partita di hockey?
“Accidenti, questa è difficile. È passato troppo tempo, non mi ricordo più (Steiner ride, ndr). Lasciami un paio di ore per pensarci, dai… Anzi no, ho la risposta. Oliver Kamber, un centro playmaker bravissimo con il disco, e Mirko Murovic, sempre capace di andare a rubare dischi impensabili”.
Qui mi hai spiazzato, pensavo decisamente ad altri nomi…
“Chi ad esempio?”.
Beh, qualche straniero altisonante…
“No, posso dirti che avrei potuto citare pure un blocco con Marc Reichert e Alain Miéville, ad Ambrì. Con loro rendevo e segnavo parecchio, proprio perché erano due giocatori simili a Murovic (Reichert, ndr) e a Kamber (Miéville, ndr). Io ho sempre reso quando avevo al mio fianco due elementi con queste caratteristiche: un centro bravo a leggere il gioco e a smistare i dischi, e un’altra ala che riusciva a recuperare puck con un grande forechecking. Oliver Kamber mi ha fatto diventare un giocatore migliore. Poi dai, lasciami fare una citazione finale per Simon Moser, anche con lui era facile giocare”.

