Social Media HSHS

Interviste

Weibel: “Vivo sempre il presente con passione, oggi il sogno è diventare campione del mondo”

Il futuro DS dell’Ambrì: “Nella mia carriera mi sono sempre lasciato trasportare. In 52 anni non ho mai dovuto fare qualcosa che non mi divertisse, non so quante persone possano affermarlo. Voglio continuare il più possibile”

ZURIGO – Lars Weibel, durante la giornata dedicata ai media svoltasi nell’albergo dove alloggia la selezione rossocrociata, ci ha concesso una lunga chiacchierata in cui abbiamo parlato a ruota libera di diversi argomenti. L’inizio non poteva evidentemente non essere dedicato ai Mondiali. Il direttore tecnico della Nazionale è finora soddisfatto dell’andamento della rassegna iridata.

“Siamo nei piani, credo che a grandi linee si sia visto l’hockey che volevamo giocare, siamo riusciti a portare i tifosi dalla nostra parte, creando un entusiasmo positivo. Per noi è un vantaggio. Ora è importante che prima dei quarti di finale ci sia una sfida contro un avversario di valore come la Finlandia”.

L’ambiente, l’entusiasmo e a tratti persino la fanzone completamente esaurita: è quello che ti eri immaginato e ti attendevi?
“Devo dire che dopo sette anni trascorsi in questa funzione non speculo più. Prendo quello che viene. Il mio lavoro in fondo era prima del Mondiale, ora non ho più chissà che influenza, c’è poco nelle mie mani. Il primo obiettivo era semplicemente quello di vincere le due partite iniziali per creare entusiasmo. Inoltre volevamo portare molta intensità sul ghiaccio, anche a livello fisico. Ci siamo riusciti. Ora è appunto importante che martedì sera ci sia una sfida di alto livello, abbiamo iniziato a giochicchiare un po’ nelle ultime partite, ma per vincere bisogna avere una grande intensità e questo vale pure per quanto concerne il livello delle battaglie. Ecco perché in fondo nella mia testa c’è solo la partita contro la Finlandia”.

Credo che il tuo più grande successo sia quello di avere qui gente infortunata come Fiala, Siegenthaler e Glauser a sostenere il gruppo. Condividi?
“È sicuramente un bel segnale. Loro potrebbero essere ovunque, tanto non possono giocare. Invece hanno voluto assolutamente essere presenti e farsi accreditare. Ciò mostra che anche fuori dal ghiaccio abbiamo fatto qualcosa di buono e dimostra il carattere che ha la squadra”.

Tra qualche giorno la tua avventura in Federazione sarà finita. Ne sei consapevole, sei magari un po’ malinconico?
“No. Sembrerà stupido, anche perché non gioco più, ma anche quando sei nello staff devi comportarti in questo modo: essere nel momento, vivere il presente. Non puoi sostenere e dire qualcosa ai giocatori e poi fare il contrario. Il mio focus è qui. Cosa posso fare per aiutare il team, quale input posso dare? In estate ci sarà sicuramente una fase di riflessione, ma non adesso. Sicuramente la squadra e lo staff mi mancheranno, quello lo so già ora”.

Come sono state le reazioni dei tuoi cari, degli amici e dei giocatori quando hai comunicato la tua firma con l’Ambrì come direttore sportivo?
“Nella mia cerchia stretta tutti si sono rallegrati. L’Ambrì è un mito, e questo tipo di sfida è sempre stato una sorta di mia strada, già da giocatore. Ero arrivato a Lugano quando non era più il grande Lugano e alla fine arrivò il titolo. A Davos si era reduci da momenti difficili, anche lì alla fine si è vinto. Lo stesso in Federazione, al mio arrivo eravamo all’ottavo rango mondiale, adesso al secondo. La gente che mi conosce lo sa, voglio sempre aiutare a costruire qualcosa partendo da lontano e dare la mia esperienza. Alcuni ovviamente non si aspettavano questa scelta, ma nel complesso dalle reazioni mi sono comunque già reso conto di quanto fascino abbia il club leventinese. Sono sorpreso di quanti abbiano capito la mia scelta, ma penso che dopo sette anni sia anche comprensibile. Sette anni sono un periodo lungo nell’hockey professionistico. La scelta di interrompere il mio rapporto con la Federazione l’avevo già presa prima di firmare con l’Ambrì. Non ho dunque lasciato la SIHF per accasarmi in Leventina, come in tanti pensano. Sono felice di questa sfida, l’affronto con tanto rispetto, sarà un compito duro”.

Puoi immaginarti una vita senza hockey? In fondo dal 2010, quando hai chiuso la tua carriera da portiere, sino al 2016, anno del tuo approdo all’EVZ Academy, non eri stato attivo a livello professionale in questo mondo…
“In quei sei anni ho lavorato presso una ditta elvetica che si occupava di un grande progetto nell’ambito di sport, economia e salute. Con quel progetto eravamo in contatto con la KHL. Insomma l’hockey e lo sport facevano parte della mia vita anche in quel lasso di tempo, ed io ero a capo del tutto. Era un mix tra marketing, economia e sport. È stato un periodo molto interessante, ho raccolto delle esperienze importanti anche lavorando più dietro le quinte. Dopo questa tappa sono dapprima andato all’EVZ nel settore del marketing, prima di tornare nell’ambito esclusivamente sportivo all’interno della stessa organizzazione”.

L’hockey è dunque una droga per te, non potresti più staccarti?
“Devo dirlo, l’hockey è la mia passione, la mia vita, lo amo. Trovo questo sport così affascinante. Per me sono importanti anche le persone, mi piace molto lavorare con la gente. Questo è il punto principale, quello cruciale. Sono però abbastanza curioso nella mia vita, quindi troverei comunque il modo di trovare un’altra sfida che desterebbe il mio interesse, solamente però in un ambito che mi appassionerebbe”.

Tu sei svittese, provieni da Lachen, ma in generale pochi ti associano a questo cantone anche perché hai sempre viaggiato parecchio. Che rapporto hai con le tue origini? Dove ti senti a casa?
“Mi sento a casa dove c’è la mia famiglia, quindi attualmente è il canton Argovia. Sono svittese, mi sento tale, lo si capta anche dal mio dialetto. Più in generale sono uno svizzero fiero, me ne accorgo specialmente quando sono all’estero, però appunto io mi vedo come svittese, ma comprendo che la gente magari non abbia questa percezione siccome ho frequentato tanti altri lidi”.

Hai praticamente vissuto un po’ tutte le fasce hockeistiche. Dai giovanissimi dell’EVZ, con il sogno di arrivare al professionismo, alle superstar della Nazionale. Ti rendi conto di questo fatto?
“Non ci ho mai riflettuto, ma questo vale anche per la mia carriera post-agonistica. Ho sempre fatto quello che credevo fosse giusto in quel momento, senza fare chissà che piani. Mi sono sempre lasciato trasportare. Sono un tipo ambizioso, ma non sono mai stato uno orientato alla carriera con delle tappe o cose del genere predefinite. Non mi sono mai detto che tra cinque anni voglio essere in quel posto. Il mio motto è sempre stato “adesso e con passione”. Non ho mai svolto un lavoro per me stesso, ho sempre lavorato per il team o per le giovanissimi giocatrici o giocatori al fine di farli progredire”.

Quali sono le tue migliori qualità?
“Credo di essere molto coerente e propositivo, ma sono anche onesto e ho una linea. Non mi interessa il giudizio degli altri, rimango fedele ai miei principi. Questo mi aiuta molto. Restare fedele ai miei valori è sempre stata la mia strada”.

E i tuoi difetti peggiori?
“Sono tanti. Sicuramente sono impaziente. Credo poi che le mie buone qualità siano così sviluppate che a volte diventano delle debolezze. Ogni tanto ho una linea troppo dura, sono troppo coerente nella mia linea, e la pressione genera una reazione contraria. Con queste qualità ho successo e vivo momenti positivi, ma a volte possono complicarmi la vita. Continuo dunque a lavorare su me stesso. Ad esempio ho la tendenza a prendere alcune cose in maniera troppo personale. Mi sento già migliorato in questo senso, ma devo continuare a lavorarci sopra”.

Quali sogni hai ancora nella tua vita?
“Assolutamente quello di diventare campione del mondo. Poi voglio nuovamente avere successo da qualche parte con una squadra, anche se poi non è mai facile definire il successo. Sono infine un fanatico della salute. Voglio rimanere in salute il più a lungo possibile per continuare a svolgere un lavoro che mi piace. È la cosa più importante, fare qualcosa che fa parte del tuo spirito, andare ogni giorno a lavorare volentieri. Sono arrivato a 52 anni con questa fortuna, non ho mai dovuto fare qualcosa che non mi divertisse, non so quante persone possano affermarlo”.

Click to comment

Altri articoli in Interviste