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Interviste

Salis: “La nuova arena è cool, ma nel vecchio Hallenstadion avevo la mia oasi segreta”

L’ex difensore dell’Ambrì Piotta tra passato e futuro: “Ho tanti bei ricordi, su tutto la sera in cui vincemmo il titolo nel 2000. La Swiss Life Arena è invece imponente, modernissima e c’è curiosità nell’immaginare l’opera completata”

ZSC Lions

ZURIGO – L’Hallenstadion hockeisticamente parlando è andato in pensione, ed Edgar Salis ci ha trascorso in sostanza metà della sua vita. Dapprima dieci stagioni da giocatore e in seguito una quindicina da dirigente degli ZSC Lions. Con il 52enne ex difensore dell’Ambrì Piotta abbiamo parlato del vecchio mitico impianto e del trasloco nella nuova fiammante Swiss Life Arena.

Edgar Salis, lasciare l’Hallenstadion ti rattrista? C’è un po’ di malinconia?
“Ho tanti bei ricordi, lo stesso vale per l’intera organizzazione. Il binomio ZSC/Hallenstadion durava ormai da decenni ed era parte della nostra cultura. Io dal mio canto avevo un rapporto più stretto con il vecchio Hallenstadion, quello prima della grande ristrutturazione avvenuta nel 2004/05. Quella stagione, dove giocammo in esilio allo Stadiönli, fu la mia ultima da giocatore, dunque non ho mai giocato nell’arena rinnovata. Cambiare pista è sicuramente un grosso taglio, ma nel contempo è qualcosa di molto bello. La tristezza nel lasciare l’Hallenstadion viene coperta dalla gioia di entrare nella Swiss Life Arena”.

Qual era il tuo posto preferito all’Hallenstadion, avevi un tuo angolino segreto?
“Il locale del nostro addetto al materiale. Era una sorta di oasi, un posto tranquillo dove ci si poteva isolare. Inoltre c’era sempre la birra alla spina situata su un tavolino, era in pratica come un salottino. A fine partita potevano accederci anche alcuni giocatori della squadra avversaria, ma solamente i preferiti del nostro addetto al materiale”.

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Insomma, un brindisi per pochi eletti. Preferivi il vecchio Hallenstadion, legnoso e pieno di fumo o quello nuovo più chic?
“Dai che mi conosci, questa domanda non dovresti nemmeno farmela, la risposta la conosci benissimo (il primo, ndr)”.

Il più bel ricordo?
“Sicuramente il titolo conquistato nel 2000, anche se non giocai la partita decisiva. Avevo una commozione cerebrale, ero in panchina, ma è stata comunque una nottata incredibile. Quando suonò la sirena finale ci fu una grande esplosione di gioia”.

Con il nuovo stadio sarà ancora più semplice catturare i tifosi e far avvicinare le nuove generazioni all’hockey?
“Credo che in prima linea sarà importante per il settore giovanile. I ragazzi potranno allenarsi sullo stesso ghiaccio dei propri idoli della prima squadra, come accade ad esempio ad Ambrì o Lugano. Da noi invece finora non potevano allenarsi all’Hallenstadion. Per loro sarà un valore aggiunto, un motivo di ulteriore identificazione e fierezza. Per gli spettatori il fattore spettacolo aumenterà. L’Hallenstadion è un ottimo e moderno impianto multifunzionale, ma quando si giocava a hockey lo spettatore era lontano dal ghiaccio, non propriamente ideale. Nella Swiss Life Arena sarà tutt’altra cosa vivere l’esperienza hockeistica”.

Sei già entrato nella nuova arena? Le tue impressioni?
“Ci sono stato tre o quattro volte. È grandissima e imponente, le tribune sono molto verticali e alte. È modernissima, molto cool. Non essendo ancora completata è pure bello farsi le visioni di come sarà una volta ultimata, c’è tanta curiosità”.

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La costruzione della nuova pista di hockey è andata decisamente più veloce del nuovo e tuttora fantomatico stadio di calcio sull’areale dell’Hardturm…
“Penso che dietro alle quinte si sia lavorato in maniera molto professionale per quanto riguarda il progetto e tutto quello legato attorno a ciò. È stato positivo che la popolazione abbia risposto in prima istanza in maniera favorevole alle urne. Ma parliamoci chiaro, anche in questo caso è stato un processo lungo, con dietro anni e anni di dura preparazione e parecchio sudore”.

Abbiamo scoperto che la statua dedicata al compianto Chad Silver, attualmente situata davanti all’Hallenstadion, verrà pure spostata nei pressi della Swiss Life Arena. Giusto così a tuo avviso?
“Buona domanda, non ci avevo ancora pensato. Ci sono dei pro e dei contro. Da un lato è vero che Chad giocava all’Hallenstadion, era dunque il suo posto. Dall’altro canto però faceva parte dello ZSC e siccome il club si sposta in fin dei conti trovo giusto che pure la sua statua intraprenda il trasloco”.

Dopo questo scorcio dedicato agli impianti e al trasloco, una domanda sulla tua funzione. Sei attualmente il direttore sportivo del settore giovanile degli ZSC/GCK Lions. Che attività svolgi esattamente? Vai ad esempio a vedere il Wetzikon di turno alla ricerca di giovani talenti?
“Sei già la seconda persona oggi che mi pone questa domanda, temo che voi crediate che non faccia un tubo (ride, ndr). Non svolgo veramente uno funzione di scouting. Io sono una sorta di coach degli allenatori della nostra sezione giovanile. Cerco gli allenatori che a mio avviso fanno al caso nostro, li aiuto, sviluppo il concetto di formazione, osservo gli allenamenti e imparo a conoscere i ragazzi. Ne abbiamo oltre 800, sono tanti, è un processo lungo conoscerli tutti. Sono inoltre pure la persona di contatto per genitori, professori di scuola e per la Federazione, scambio continuamente contatti in tutti questi ambiti”.

Ultima domanda, quando eri il DS dello ZSC portasti in Svizzera il fenomenale Auston Matthews. Ti senti ancora con lui? Ormai è diventato una superstar, ti aspettavi una sua esplosione in queste proporzioni?
“Non ho più contatti con Auston, ne ho però di sporadici con i suoi genitori. Non sono sorpreso di come la sua carriera stia andando, la direzione era chiara, vedevamo cosa riusciva a fare nel nostro campionato ad appena 18 anni e quanti punti otteneva. È un talento assolutamente fuori dal comune, averlo avuto qui con noi è stato semplicemente incredibile, la chance della vita”.

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