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Jason Fritsche: “In famiglia abbiamo l’hockey nel sangue, ora alleno con il sogno della NHL”

L’ex giocatore dei Rockets si racconta: “Mi sono ritirato dopo un intervento al ginocchio, ed anche la situazione della Swiss League non ha aiutato. Ora lavoro in Svezia, e con tanto impegno inseguo la mia aspirazione”

Ci sono gli addii pomposi, quelli acclamati e celebrati delle grandi stelle, e poi quelli, e non sono pochi, che non vengono nemmeno citati, manco una breve. È il destino dei soldatini di terza o quarta fascia. Nell’ultima categoria rientra Jason Fritsche. Il nostro interlocutore ha chiuso con l’hockey giocato. Un viaggio nella dinastia di famiglia, tra passato, presente e sogni futuri.

Jason a soli 25 anni hai appeso i pattini al chiodo, perché?
“L’anno scorso è stato lunghissimo, ho giocato solamente 26 partite di cui solamente in 3 ero al 100%. Ho subìto un pesante intervento al ginocchio a gennaio e ho fatto molta fatica a recuperare. Anche solamente passeggiando con il cane avevo dolori. Questo fatto, oltre alla situazione finanziaria attuale della Swiss League, mi ha indotto al ritiro. Non valeva la pena provare a prolungare la carriera di qualche anno e comunque io mentalmente ero pronto, già da alcuni anni nella mia testa avevo in progetto di smettere attorno ai 27 o 28 anni”.

Hai qualche rimpianto per aver avuto una carriera corta e assai modesta?
“Onestamente qualche vuoto c’è, il sogno era sempre di giocare nella massima lega, come mio papà e mio fratello, ma ho sfruttato al massimo la situazione. Ho conosciuto tanta bella gente, ho stretto tante amicizie e queste cose valgono di più dell’aspetto sportivo. Il talento lo avevo, perlomeno da giovane, al pari di altri elementi che militano tuttora in NL, ma non ho mai avuto l’opportunità giusta, o per meglio dire magari sono io a non averla sfruttata. Non mi sono mai trovato al posto giusto al momento giusto, forse ho preso qualche decisione sbagliata, poi chi lo sa, magari davvero non ero abbastanza bravo. Ma ormai non ci penso troppo, non mi vergogno del mio percorso e sono contento”.

I momenti più belli? Forse a Turgovia?
“Sono onesto, non ho mai avuto chissà che highlights, ma non citerei Turgovia. Direi la rete segnata con il Sierre nella finale di MySports League nel 2019 davanti a tanti spettatori e il terzo anno nei Ticino Rockets quando ho rivestito il ruolo di capitano”.

Però a livello umano tanta roba in quel di Mörschwil con i tuoi co-inquilini…
“Esatto, abitavo con i miei compagni di squadra Misha Moor e Jan Mosimann. È stato un periodo molto divertente, ci siamo fatti tante risate. Misha è diventato uno dei miei migliori amici. Mösu ha vissuto con noi solamente il primo anno, poi dal Turgovia è passato all’Olten. Onestamente dopo la sua partenza ci siamo sentiti un po’ vuoti senza di lui, è una grandissima persona”.

I Fritsche, una grande dinastia di hockey: papà John, soprannominato il torello dell’Ohio o il cowboy, tuo fratello John Jr, tu e i tuoi cugini Dan e Tom. Ora però siete ai box, per così dire…
“Giusto, attualmente nessuno è più attivo, bisogna aspettare la prossima generazione, probabilmente i figli di Dan, dei gemelli. Noi abbiamo l’hockey nel sangue, penso dunque che in futuro tornerà un Fritsche hockeista”.

Com’è il tuo rapporto con il babbo?
“Siamo sempre stati molto legati, è uno dei miei migliori amici. Già da piccolo se necessitavo qualcosa chiedevo a lui e lo riempivo di domande, specialmente nell’ambito hockeistico. Quando lui allenava, ero sempre nel suo ufficio tra lavagnette e borsoni vari. Ha giocato per tanti anni ad altissimi livelli e ho sempre cercato d’imparare il più possibile da lui. Ancora oggi siamo molto vicini e ci sentiamo spesso”.

Cosa fa ora?
“È da poco ritornato in Svizzera, mi dispiace che il suo trasloco sia durato ben 6 anni e che sia tornato proprio quando io sono stato operato e in sostanza ho terminato la mia carriera. È reduce da qualche anno di pausa, ha avuto qualche problema, ora tutto si è risolto e attualmente fa l’aiuto allenatore a Bellinzona. A poco a poco rientra nel giro, vedremo poi cosa farà in futuro, se vorrà continuare e andare più in alto oppure no. Papà vive alla giornata, un po’ come me”.

Tuo padre era uno degli ultimi rock’n’roller, ormai nell’hockey moderno sono quasi spariti, si preparano tutti a puntino. Le uscite quasi sempre composte e guai a sgarrare, anche a causa dei social media. Cosa pensa di questa evoluzione, si riconosce ancora in questo mondo?
“Queste vecchie storie non le conosco troppo, restano in gran parte segrete ed è giusto sia così (Jason ride ndr). Era un mondo diverso, si giocava in un’altra maniera, papà era comunque una persona competitiva e seria. Quando si doveva scendere sul ghiaccio era sempre pronto e pure a livello di fitness era preparatissimo. Più che altro al giorno d’oggi lui si stupisce della capacità dei difensori alti e grossi nel pattinare. Ora si muovono velocemente, come quelli più minuti, ai suoi tempi non era così. Ecco non riesce a capire come sia possibile”.

John Fritsche in compagnia di due ex compagni, chi li riconosce?

Tuo fratello John e tuo cugino Dan cosa combinano attualmente?
“Mio fratello fa l’assistente allenatore degli U20 del Losanna, mio cugino abita a Cleveland, è tranquillo a casa, allena la squadra in cui giocano i suoi figli. Allenare i propri rampolli è una vera tradizione di famiglia”.

Tu sei nato su suolo elvetico, a 8 anni sei tornato nell’Ohio e infine sei ritornato in Svizzera nel 2016 e disponi di entrambi i passaporti, quello rossocrociato e quello statunitense. Ti senti più svizzero o americano?
“Bella domanda, se me lo chiedevi a 18 anni ti avrei detto americano ora invece direi la prima opzione. In fin dei conti sono quasi due vite e due mondi separati, entrambe speciali e belli, sono fortunato, in sostanza ho due case. Se dovessero puntarmi una pistola alla tempia e dover optare per un unico passaporto sceglierei però quello elvetico”.

E da poco hai anche una terza casa per così dire, ovvero la Svezia. Raccontaci…
“Adesso abito a Boden (una cittadina di circa 16mila abitanti, ndr), dista a una mezz’oretta di automobile da Lulea. L’allenatore dei portieri che era a Turgovia proviene da qui. Si sta ricostruendo il settore giovanile, lui ha fatto il mio nome ai dirigenti locali. Nello scorso anno fungevo da assistente allenatore nella U15 dei turgoviesi e stavo già pianificando questa strada per il mio futuro. Ho avuto un colloquio online, sarebbe stato per diventare coach della U18. Tutto è andato così bene che mi hanno addirittura proposto di riprendere la U20 e ho accettato. Ora sono qui da tre settimane, il cambiamento è stato facile, sto cercando d’imparare tutto il più velocemente possibile. Ho firmato un contratto di un anno con un’opzione per un ulteriore altro. Lo stile di vita non è cambiato di tanto, faccio le stesse attività di quando ero a Turgovia: pista, passeggiate con il cane e relax. Il paesaggio? A Boden ci sono meno montagne, mi ricorda Alpena, nel Michigan, dove mio papà allenava quando io avevo undici anni, è pieno di boschi.

Dove ti vedi in futuro tra sogni e progetti?
“Sono pazzo a dirlo ad alta voce, lo so. Mio papà, ma anche mia mamma, e devo dare in particolar modo credito a lei di questo, mi hanno insegnato ad avere sempre fiducia in me stesso e quindi lo dico apertamente: io sogno di allenare in NHL, conosco la strada, mio cugino ci ha giocato, mio papa a un certo punto era vicino a una panchina di NHL. So cosa bisogna fare per arrivarci. Ci metterò tanto impegno, poi chiaro ci vuole anche fortuna. Non sarà facile, ma è possibile, io ci credo”.

E allora tanti auguri al caro Jason, con la speranza tra una ventina d’anni di poterlo intervistare magari in veste di coach dei New York Rangers.

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