
(PostFinance/PHOTOPRESS/Steffen Schmidt)
TAMPA – È stato uno dei giocatori più forti, intelligenti e spettacolari nella storia del nostro campionato. Ebbene sì, Glen Metropolit ha lasciato una grande traccia ed è il classico elemento che vorremmo tutti rivedere sul ghiaccio. Purtroppo la macchina del tempo non esiste in questi casi, restano però indelebili i ricordi e gli highlights televisivi. Lo abbiamo raggiunto a Tampa, dove ora risiede.
Glen Metropolit come stai? Hai passato una bella estate?
“Sto veramente bene, ora mi trovo a Tampa, ma ho trascorso parte della stagione estiva in Europa. Sono stato pure in Svizzera, ho partecipato in luglio al campo di allenamento organizzato da Ochsner Sport ad Arosa. Lì in altura era relativamente fresco, ma ho sentito che in Europa e in particolare da voi in Svizzera ha fatto veramente un caldo torrido fuori dall’ordinario”.
Proprio così, meglio dunque parlare di hockey. Cosa fai ora?
“Lavoro presso l’Adam Oates Sportsgroup. Ho cominciato a collaborare dopo la pausa olimpica. Osservo i giovani giocatori, faccio anche un po’ di scouting, ma prevalentemente alleno i singoli atleti. Cerco di aiutarli a progredire nelle varie skills con sedute sul ghiaccio, ma anche rivedendo con loro le situazioni a video. Mi occupo di giovanissimi, di giocatori in età da college e di professionisti. Mi piace tantissimo questa attività. Già a Davos, oltre a fungere da assistente di Josh Holden, avevo la possibilità di allenare in determinate situazioni offensive gente del calibro di Stransky o Corvi”.
E oltre a ciò allenerai la squadra U15 dei Tampa Bay Lightning…
“Esatto, è praticamente il top team per questa fascia di età in Florida. Questo mi permette di tastare con mano un’altra parte del mondo hockeistico, quella giovanile. È come completare un percorso, per così dire. È davvero stimolante l’idea di poter aiutare i ragazzi a crescere. Vale la stessa cosa che con l’Adam Oates Sportsgroup: è bello osservare l’evoluzione dei giovani atleti, vedere che qualche allievo venga draftato. Ogni ragazzo ha il suo viaggio, c’è chi andrà in alto, chi magari si fermerà, ogni cammino è affascinante. A quell’età è anche importante scoprire l’identità del giocatore per poter prendere la direzione ideale: è un tipo da inferiorità numerica, è qualcuno che porta energia, ha un potenziale per essere schierato in powerplay? Queste sono le domande da porsi per poi impostare su cosa lavorare in particolar modo al fine di progredire”.
Certo che deve essere un privilegio poter lavorare con una leggenda come Adam Oates…
“Come dici tu, è una leggenda, un Hall of Famer. Ho avuto la fortuna di giocare con lui a Washington. Questa è la cosa fantastica dell’hockey, giochi al fianco di qualcuno e poi ti reincontri anni dopo. Non c’è nessuno come lui per quanto concerne l’analisi hockeistica. È il miglior formatore e sviluppatore al mondo. Tantissimi dei migliori giocatori contemporanei vengono dalla sua scuola, mi limito a citare Connor McDavid e Macklin Celebrini, ma la lista è molto più lunga. Adam sa aiutare alla grande. Avere la chance di carpire i suoi segreti e imparare il suo linguaggio è qualcosa di appassionante per me, sono estremamente grato di poter lavorare per lui e con lui”.

Adam Oates è una figura di culto, ma pure tu non scherzi. Avevi un grande talento e inoltre hai dovuto affrontare tante avversità da giovanissimo: i problemi familiari, in particolar modo legati a tuo fratello, e la criminalità nel quartiere di Toronto dove sei cresciuto. Malgrado tutto non hai mollato, sei riuscito a importi e hai avuto una signora carriera. Sei dunque un bell’esempio per i ragazzi…
“Direi più che altro che un percorso come il mio ti dà credibilità. Ho sempre fatto tutto quello che potevo per la squadra, a dipendenza della situazione e delle gerarchie accettavo qualsiasi ruolo, anche quello di giocare per esempio in quarta linea, come poteva accadere in NHL. Il team viene prima di tutto, pure a Lugano era così. Certo facevo tanti punti, ma il collettivo era al primo posto. Questa è l’unica via per sopravvivere come atleta e avere successo come squadra. Ognuno deve rispettare il ruolo. A Lugano c’erano tanti grandi elementi, penso a Nummelin, Peltonen o Gardner, per citarne solo alcuni, ma i grandi giocatori non sono sinonimo di grande squadra. Hai bisogno di gente che porta intensità, velocità, ragazzi che hanno fame. È doveroso creare una specie di famiglia, rispettarsi a vicenda, combattere l’uno per l’altro e mai essere egoisti. E quando qualcuno sbaglia, non si urla, si perdona e si cerca tutti insieme di rimediare. Qualsiasi singolo deve essere pronto ad affrontare gli alti e i bassi, per questo è fondamentale avere l’etica, questo è il mio “hockeymind”.
Hai vinto il titolo con il Lugano nel 2006. È anche l’ultimo conquistato dai bianconeri. Ti fa effetto che in 20 anni i sottocenerini non abbiano più trionfato?
“Mah, è semplicemente la dimostrazione di quanto sia ormai diventato difficile vincere in NL. Il vostro campionato è uno dei migliori in Europa, la concorrenza è tantissima e agguerrita. Tutto deve incastrarsi alla perfezione per arrivare sino in fondo. C’è bisogno di un gruppo speciale, di tanta leadership e infine devi pure essere risparmiato dagli infortuni. Spero che la nuova via improntata l’anno scorso possa infine riportare il titolo a Lugano”.
Quel trionfo è stata la più grande emozione della tua carriera? O vale di più forse l’esordio in NHL oppure il titolo di DEL con gli Adler Mannheim?
“È sempre difficile parlare di emozioni e stilare classifiche, ne ho vissute parecchie, molti alti e altrettanti bassi durante il mio viaggio. Decisamente la vittoria con il Lugano è uno dei momenti top della mia carriera, quando rivedo o sento vecchi compagni come ad esempio Nummelin è sempre emozionante. Ma non dimentico nemmeno le emozioni vissute da giovanissimo, come l’esordio in East Coast Hockey League. Ovviamente la prima partita di NHL era il raggiungimento di un sogno, aggiungerei poi l’onore di poter indossare la maglia del Team Canada”.

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A proposito di emozioni, non ne sono certo mancate nell’ultimo campionato, con la tua ex squadra Davos che ha perso la finalissima all’overtime di Gara 7. Hai seguito i grigionesi e magari sei stato in contatto con Holden o Alston?
“Non ho avuto molti contatti, ma ho seguito la stagione. Il Davos ha effettuato uno splendido cammino, perdere così in casa “la bella” fa malissimo. Sono fiero di Jan e del resto dello staff, hanno fatto un enorme lavoro. I grigionesi hanno ormai raggiunto le sfere alte del campionato, è la realtà, e ci riproveranno nell’imminente stagione”.
Ti piace pensare al passato, al tuo vissuto da giocatore, o sei più uno che pensa e vive esclusivamente il presente?
“Decisamente la seconda opzione. Non riguardo le mie vecchie partite, per intenderci. Sono felice di quanto abbia fatto, ho un bel passato, sono grato di quanto abbia potuto vivere, ma come dice la parola è passato. Cerco di migliorarmi e di crescere, per questo è importante il presente”.
Giochi ancora a hockey?
“Ogni tanto vado sul ghiaccio, nei dintorni di Tampa ci sono diverse piste dove poter giocare. Non gioco però in nessuna lega, per il sottoscritto c’è troppa aggressività. Voglio semplicemente divertirmi e non rischiare la salute, per quello ho già dato in passato (Metropolit ride, ndr)”.
Immagino che il tuo magico tocco sia ancora quello di una volta…
“Sì dai, non è andato perso del tutto, ho ancora l’IQ hockeistico, semplicemente è diventato molto più lento (Metropolit ride di nuovo, ndr)”.
Glen, ti ringraziamo per la tua disponibilità, non prima però di averti fatto l’ultima domanda. Hai un obiettivo o un sogno, oppure pensi esclusivamente al presente?
“Ti dirò, mi godo veramente il lavoro attuale con Adam Oates, adoro aiutare le prossime generazioni e mi dà soddisfazione. Il mio unico obiettivo è quello di sempre migliorare in ogni ambito”.
E un ritorno in Europa?
“Non si sa mai. Ho avuto la fortuna di toccare un po’ tutti i rami dell’hockey, sia da giocatore che da addetto ai lavori. Sono semplicemente contento di far parte di un gioco che amo”.

