
Un cecchino di quelli veri, una macchina da gol: 537 tra NHL, AHL, KHL e la nostra National League. A questi andrebbero aggiunti i tanti altri gettoni inseriti in altre leghe. Alexandre Giroux è stato per lustri un vero incubo per i portieri avversari. Il 45enne ex canadese dell’Ambrì Piotta dopo la sua lunga e onorata carriera è tornato a casa, e ha risposto con piacere ed entusiasmo alla nostra chiamata.
Alexandre come stai, dove abiti e cosa fai ora nella vita?
“Abito in centro a Québec, dove la mia famiglia ha sempre avuto una casa. Qui ci sono tutti i miei cari e i miei parenti. Il primo anno dopo aver terminato la mia carriera ho lavorato in una scuola improntata sull’hockey, preparavo i ragazzi alle partite durante i pomeriggi. Ora da diversi anni sono impiegato presso una compagnia che un mio amico d’infanzia aveva rilevato. Ci occupiamo di divise sportive da fornire alle varie scuole o società. Stampiamo pure loghi di ditte e società su qualsiasi tipo di indumento e cappellini, anche per le grandi marche. Io mi occupo della rappresentanza della vendita, creo i contatti, cerco nuovi clienti, gestisco un po’ gli ordini e mi occupo anche del post vendita”.
L’hockey fa ancora parte della tua vita?
“Certo, due volte a settimana vado con gli amici a giocare, sempre il lunedì e il giovedì. Ci divertiamo un sacco, ci sono tanti ex professionisti del Quebec, con me ci sono tra gli altri anche l’ex Friborgo David Desharnais e Simon Gagné (oltre 900 partite in NHL e vincitore di una Stanley Cup con Los Angeles, ndr)”.
E con la forma fisica come sei messo?
“Cerco di mantenerla, ora faccio persino delle mezze maratone, e pensare che quando giocavo non ero mai stato un grande corridore. È bello percorrere i 21 chilometri. Faccio un paio di gare all’anno. Il prossimo sabato inoltre mi aspetta anche una nuova sfida. Farò il primo triathlon della mia vita. Sarà un grande challenge, anche perché non sono molto bravo a nuotare. È una disciplina che conoscevo poco, mi sono allenato da solo, ho cercato anche di capire bene la tecnica di respirazione. Insomma, una bella sfida, mi piace averne di nuove”.
Ti manca l’adrenalina delle partite e l’emozione di fare gol? È stato difficile dire basta?
“Sì, molto difficile. Tutto questo mi manca. Non c’è nulla che può rimpiazzare le farfalle nella pancia prima di una partita di hockey. Segnare davanti a una folla di migliaia di persone, festeggiare con i compagni. Sono tutte cose che mi hanno segnato molto. Anche la componente sociale, come i rapporti con i compagni di squadra, con gli staff tecnici e incontrare i tifosi dopo le partite. Ormai però ogni cosa ha il suo tempo. L’hockey mi dà comunque ancora delle emozioni. Per esempio recentemente tramite una fondazione benefica ho partecipato a un torneo con ben 84 squadre, è stato magnifico”.

A distanza di una decina di anni, guardandoti indietro come valuti la tua carriera? Hai rimpianti di non esserti imposto in NHL?
“No, non ho rimpianti. L’anno scorso sono stato inserito nella Hall of Fame della AHL, c’è stata una serata a Chicago. È stato bello ricevere questo riconoscimento, ne vado orgoglioso e mi ha fatto capire quanto di buono abbia fatto. Ho potuto giocare in KHL, in Svizzera e ho disputato comunque 48 partite in NHL. Chiaramente il mio sogno, come ogni canadese, era di giocare il più a lungo possibile in NHL, ma non è mica evidente. Forse avrei dovuto cambiare qualcosa, seguire magari altre vie, ma a volte bisogna prendere delle decisioni in tempi stretti. Sono felice del mio percorso e tutte le mie esperienze sono state positive”.
Sei stato un fromboliere incredibile. Si può dire che, oltre ovviamente all’allenamento, sia stato un dono della natura e che il gol lo hai sempre avuto nel sangue?
“Più che altro è sempre stato divertente. Tanti giocatori erano decisamente più rapidi di me, ma non avevano il mio timing. Io ero soprattutto bravo a smarcarmi e l’esperienza mi ha sempre di più aiutato. Ho sempre osservato le altre squadre, in particolar modo durante i powerplay. Visionavo molto i video, cercavo di osservare come alcuni giocatori si smarcassero in determinate situazioni e ho sempre tentato di imparare tanto in questa maniera. È sicuramente qualcosa che ho sfruttato”.
Nella tua carriera hai visto diversi Paesi. Oltre a Canada e Stati Uniti hai avuto esperienze in Francia, Lettonia, Croazia e ovviamente da noi in Svizzera. Penso che ogni posto sia rimasto un po’ nel tuo cuore, ma a noi evidentemente interessa sapere cosa ti è rimasto dei tuoi tre anni trascorsi ad Ambrì…
“Sono stati semplicemente eccezionali. Ecco cosa è stato il mio periodo ad Ambrì. Sono tornato due o tre volte dopo il mio ritiro. Ero stato presente anche alla prima presentazione della squadra nella nuova pista, invitato da Paolo Duca, fu semplicemente magnifico. Ambrì è un posto molto speciale, ho adorato giocare per i biancoblù, tornerò ancora parecchie volte nella mia vita in Ticino”.
Qualcuno, anche se non ricordo chi, ci ha detto che giocavi senza calze e infilavi i piedi nudi nei pattini. Perché?
“Ahahahah (Alex ride di gusto, ndr). Sai che non ho nessuna idea del vero motivo. Ho iniziato da giovane, forse perché non mi piaceva avere i piedi dentro le calze. In quelle partite avevo segnato e dunque forse anche un po’ per quello ho continuato a giocare senza calze. Devo ammettere che dopo un po’ di partite per i miei vicini di spogliatoio non era proprio qualcosa di gradevolissimo per l’olfatto”.

Hai ancora contatti regolari con qualche ex compagno leventinese o svizzero?
“Sì certo, in particolar modo mi sento regolarmente con Paolo Duca. Due estati fa era pure venuto qui a Québec e c’eravamo incontrati. Sento sempre ovviamente anche Julien Vauclair e tutta la sua famiglia (Giroux era stato il testimone di nozze di Vauclair, ndr). Pure con Benjamin Chavaillaz sono spesso in contatto. La lista sarebbe molto più lunga, insomma coltivo ancora diverse amicizie”.
Alex noi ti ringraziamo, è stato davvero bello risentirti dopo tanti anni. L’intervista la lasciamo chiudere a te…
“Saluto con tutto il mio cuore i tifosi dell’Ambrì. Ogni settimana seguo i risultati e guardo le highlights della partite. Spesso ti rendi conto solo dopo il ritiro e guardando a ritroso di quanto siano speciali alcune cose. Aver giocato nell’Ambrì è una di queste, è stato un privilegio. Io incito le nuove generazioni canadesi a lanciarsi in un’esperienza del genere. Sarò sempre riconoscente a tutti per quanto ho vissuto. Quei tre anni sono stati una parte importante della mia vita. Termino l’intervista con un’aggiunta… Mercoledì sera c’è Canada-Svizzera ai Mondiali di calcio!”.
È vero, mi sono dimenticato, avrei potuto chiedertelo! Come la vedi?
“Allora diciamo che il calcio per noi canadesi non è proprio qualcosa di naturale, però sto seguendo le partite e la nostra Nazionale. Se mercoledì dovessimo vincere sicuramente prenderò il mio telefono e sfotterò qualche mio amico in Svizzera (Alex ride ndr)”.


