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The Off-ice: Nolan, il declino dell’uomo giusto che non voleva piegarsi al mondo sbagliato

Negli anni novanta il coach di origine Chippewa si impose come il nuovo fenomeno sulla panchina dei Buffalo Sabres. Ma presto i pregiudizi dell’ambiente lo tagliarono fuori da una NHL dorata e riservata all’élite

© Hockey Hall of Fame

Una coppa su un grosso piedistallo. In fondo di quello si tratta, almeno per lui. Ogni tanto quello sgabuzzino viene aperto per cercare qualche cianfrusaglia o qualche scatolone, e il riflesso della coppa lancia ancora il suo sguardo. Però rimane lì, quella coppa su un piedistallo di legno, la tira fuori solo per farci qualche foto con parenti o amici, ma poi torna tra la polvere nel buio. Perché un bel ricordo non necessariamente ne genera di altri belli. A volte aprendo quello sgabuzzino sente ancora gli insulti dei tifosi avversari, le urla a schernire i canti dei nativi americani, i titoli di alcuni giornali o le prese in giro alla radio che davano dell’ubriacone donnaiolo a lui e a tutti i suoi conterranei.

Ted Nolan è stato un coach NHL che a 36 anni prendeva in mano la panchina dei Buffalo Sabres, lanciato dal suo mentore Paul Holmgren. Un predestinato, un fenomeno, questi i commenti alla sua assunzione nella squadra, ma molto di più era rivolto alle sue origini Ojibwe (o Chippewa), etnie delle First Nations. Commenti non sempre eccessivamente sprezzanti, ma sempre avvolti da quell’aura di falsa simpatia che non faceva altro che sminuire le sue capacità a prescindere.

Ci mise poco Nolan a zittire tutti, il giro di un paio di stagioni, il tempo di toccare il record di punti per la franchigia dei Sabres e di vincere il Jack Adams Award riservato al miglior coach NHL, quella coppa su un piedistallo che prende polvere in uno sgabuzzino.

Oggi non gli importa più molto di quel premio, lui stesso ammette di volergli dare più rispetto, ma quello che ha passato nei suoi anni nell’hockey professionistico e giovanile non gli permette di mostrarlo con orgoglio e di venerarlo. I titoli dei giornali e i commenti sprezzanti all’inizio della sua carriera erano solo una parte, il peggio sarebbe venuto dopo. Non era nemmeno facile avere a che fare con Nolan, esigente di lavoro e impegno massimo, ma anche restitutore di grande rispetto per l’uomo che aveva di fronte, sempre che quell’uomo non sgarrasse di una virgola.

Il suo hockey aveva avuto successo ai Sabres proprio per questo, in una squadra fatta soprattutto da operai più che di grandi star le sue volontà prendevano forma e i giocatori lo seguivano. Come Pat LaFontaine, che nonostante andasse verso la fine della sua carriera, era disposto a tutto per il suo allenatore: “Quando prendeva fiato per fare i suoi discorsi prima della partita nello spogliatoio potevi sentire cadere uno spillo. Eravamo disposti a sfondare i muri per lui e per quello in cui credeva”.

Non tutti però erano capaci di non fiatare, e bastò un episodio con l’unica grande star della squadra, Dominik Hasek, a cominciare a far vacillare tutto. Non era infatti un mistero che il portiere ceco non apprezzasse molto i metodi di Nolan, e dopo l’eliminazione nei playoff del 1997, durante la cerimonia degli NHL Awards, Hasek dichiarò a un giornalista che non sarebbe tornato a Buffalo la stagione successiva se Nolan fosse rimasto.

Il GM dei Sabres John Muckler preferì schierarsi con Hasek per tenere la sua stella in squadra, ma la franchigia decise di far fuori proprio Muckler, pure lui fresco di riconoscimento quale “Executive of the Year”, e di togliere ogni possibile appiglio ai giocatori. Il sostituto di Muckler, Darcy Regier, era stato ingaggiato con l’accordo di offrire il rinnovo a Ted Nolan e così fece.

Ma Regier nei suoi piani aveva ben altro (oltretutto l’influente capitano e amico di Nolan, LaFontaine non era stato rinnovato) e quando lui e Nolan si sedettero al tavolo, il coach si alzò dopo pochi minuti e se ne andò dichiarandosi insultato dalla proposta di Regier. Il nuovo GM aveva infatti offerto al vincitore del Jack Adams un rinnovo di una sola stagione a 500’000 dollari, rifiutando qualunque trattativa.

Chiusa la porta del suo ufficio da Nolan, Regier si affrettò a chiamare la proprietà della franchigia per annunciare il fallimento dell’incontro e di voler ingaggiare Lindy Ruff, il quale ottenne un contratto da oltre 2 milioni di dollari annui per quattro stagioni.

Nolan se ne andò portando con sé la nomea di “GM Killer” per l’affare Muckler, ma in fondo quella era solo una scusa, un pretesto in più per tenerlo fuori da un giro elitario che non lo voleva: “Dopo i Sabres ricevetti due proposte, una ridicola dai Lightning e l’altra per fare il secondo assistente ai Devils. D’estate molti coach partecipavano ai tornei di tennis e di golf assieme a GM e proprietari di franchigie, tra cocktail e piscine in Florida, e ottenevano lunghi contratti nonostante fossero ormai vecchi e avessero accumulato solo fallimenti. Ma quello dei cocktail party non era il mio mondo, non era il mio modo di fare”.

Il telefono di Nolan non squillò più e incredibilmente un coach che in due anni aveva portato al record di punti una franchigia e vinto il Jack Adams Award era fuori dal giro. Nel 2003, quando si palesava l’idea di riformare una lega concorrente alla NHL, la WHA (ma questa è un’altra storia), Nolan entrò in trattativa con la società dei Toronto Toros, salvo che alla fine della WHA non si fece nulla e il coach fino al 2005 restò ancora disoccupato. In quell’anno venne assunto dai Moncton Wildcats per allenarli in QMJHL.

Purtroppo vecchi fantasmi si palesarono in fretta. Durante una partita a Saguenay, dagli spalti piovvero insulti a sfondo razziale, il pubblico mimò le danze tribali e il gesto di tirare frecce con l’arco, inveendo contro Nolan anche quando era già salito sul pullman con la sua squadra. È l’ennesima picconata al suo forte carattere, ma all’orizzonte si intravvedeva una prima svolta.

Dopo aver portato in finale i Wildcats, a Nolan arriva infatti la chiamata da Charlie Wang, che lo vuole sulla panchina dei New York Islanders. Per la prima volta dopo quasi dieci anni, Nolan torna in NHL. La sua prima stagione agli Islanders è buona, con l’eliminazione al primo turno dei playoff, ma nella successiva la squadra non va oltre il 26esimo posto nella lega e Nolan viene sollevato dall’incarico.

Il coach comunque trova nuove motivazioni e accetta il posto di dirigente ai Rochester Americans fino alla loro dislocazione e successivamente, a sorpresa, trova lavoro come selezionatore della nazionale della Lettonia su suggerimento di Sandis Ozolins. Con la Lettonia disputa due mondiali, chiusi al 10mo e 11mo posto, ma soprattutto porta i vari Kenins, Daugavins e Masalskis all’ottavo posto finale ai Giochi Invernali di Sochi, miglior risultato di sempre alle Olimpiadi invernali, facendo penare i futuri campioni del Canada (vincenti solo per 2-1) ed eliminando la Svizzera nel girone intermedio.

Questa visibilità porta Nolan di nuovo sui taccuini dei GM di NHL, ottenendo un clamoroso ritorno a Buffalo per sostituire Ron Rolston. È infatti il suo grande amico Pat LaFontaine a volerlo, assunto come direttore delle operazioni sportive, dopo che guarda caso proprio Darcy Regier – colui che aveva fatto fuori Nolan anni prima – viene licenziato per gli scarsi risultati ottenuti dopo la finale giocata nel 1999, da molti attribuita però alla scia lasciata dallo stesso Nolan.

Per il coach canadese si chiude un cerchio, lui non vuole vederla come una “vendetta”, ma tornare su quella panchina che aveva tanto amato dopo il licenziamento di Regier è certamente una rivincita. Purtroppo però i risultati non arrivano, i Sabres sono privi di talento a causa della disastrosa programmazione di Regier e il nuovo GM Tim Murray non rinnoverà il contratto di Nolan al termine della stagione 2014/15. Nolan torna in Europa la stagione successiva per allenare la nazionale Polacca nell’annata 2017/18, ma la sua carriera professionistica termina lì.

Nolan capisce che il suo hockey è ormai passato, come l’acqua di un fiume che ha dovuto guardare da un ponte per molti lunghi anni. Ma quegli anni lontani dal business della NHL lo hanno riavvicinato alla sua comunità, riportandolo davanti ai problemi vissuti dalla sua gente, problemi che ha vissuto anche lui in prima persona e che non sono migliorati negli anni. La sua missione oggi è sempre vicina all’hockey, ma non quello professionistico, un tipo di hockey che faccia da terapia ai ragazzi delle comunità native emarginati dalla società.

“Non lo faccio perché voglio che diventino professionisti, ma c’è un problema nella nostra comunità di cui non vuole occuparsi nessuno. I nostri giovani non hanno sbocchi e si danno all’alcol, alcuni non arrivano ai 40 anni. Io voglio dargli un’alternativa sana avvicinandoli allo sport e alla vita sociale”.

Lui stesso raccontò più volte che l’hockey fu la salvezza da una vita da emarginato sociale, (molto di questo lo si può ascoltare nell’intervista-documentario di TSN “The Unwanted Visitor”) tra coetanei che si intossicavano con l’alcol prodotto in casa e che rapinavano i supermercati, e questo è un modo per restituire qualcosa alla comunità che l’ha cresciuto e che non ha mai rinnegato per una carriera migliore.

Nolan sa che non può correggere o dimenticare quello che ha subito nei suoi anni peggiori ma per un carattere sanguigno come il suo è difficile mettere in un cassetto le umiliazioni e gli scherni sopportati e la sua onestà da uomo tutto di un pezzo non gli permette di nascondere quello che ha sempre pensato: “Se fossi stato bianco avrei allenato in NHL per trent’anni”. Ma questo forse non gli avrebbe permesso di riavvicinarsi alla sua gente e di occuparsi in prima persona dei problemi di una comunità intera.

Ecco perché nonostante tutto continuerà, di tanto in tanto, a scambiarsi qualche occhiata nell’ombra con quella coppa d’argento ricoperta di polvere.

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