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The Off-ice: Hockey in Belfast – Tutti sono uguali nella terra dei Giganti

I nordirlandesi rappresentano una realtà unica nel panorama dell’hockey europeo. In pochissimi anni il loro entusiasmo ha saputo unire fette di una città divisa come nessuno sport aveva mai fatto prima

© Belfast Giants

Belfast è una città irrequieta. Non possiamo dire che la Capitale dell’Irlanda del Nord sia sempre in guerra, ma i muri e le recinzioni non si possono nascondere, i murales ricordano a ogni sorgere del sole il sangue che ha versato in secoli di litigi una comunità sempre abbandonata a sé stessa e ai suoi “Troubles”, con i finti aiuti arrivati a suon di proiettili da chi avrebbe dovuto proteggerla. E oggi, le discussioni sulla Brexit non hanno fatto altro che regalare altri pretesti alle varie fazioni in campo per arieggiare le fiamme dei disordini solo addormentate sotto la cenere.

In fondo il Bloody Sunday non è così lontano, cinquant’anni non possono bastare a lavare via il dolore dalle generazioni che oggi ne portano le cicatrici, e il contrapposto Good Friday sembra invece così distante nonostante i suoi venti anni o poco più di esistenza.

Belfast è una città divisa. Una città che dalla fine degli anni ’90 si comporta come fosse formata da due fratelli che per anni si sono dilaniati a coltellate e quando sono stati separati a schiaffi dalla mamma hanno continuato a pungersi di nascosto, per non far sentire a nessuno i lamenti di dolore. Un dolore che finisce solamente quando le teste si rivoltano verso il basso, come i Cranberries cantano nella loro struggente Zombie.

Belfast è una città che ha fame di sport. Il rugby, il calcio e il calcio gaelico, il cricket. Distrazioni che sono però cadute presto nei consueti drammi, perché inevitabilmente la scusa dello sport e del tifo si è presto trasformata in un pretesto per continuare fuori dai campi di battaglia urbani le lotte dettate dal settarismo e dal fanatismo religioso. Impensabile poter uscire dai brutti pensieri andando allo stadio per tifare Ulster Rugby o le poche partite della nazionale, oltretutto spesso boicottata da molti tifosi per i soliti motivi a seconda dalle selezioni. Ancora più difficile quando si disputano le partite dell’affollatissimo campionato regionale della palla ovale, con quei sabati di pomeriggio che più di una volta sfociano in risse alimentate da alcol, odio e la scusa del tifo come accelerante.

Belfast è una città che vuole cambiare. Occorreva qualcosa che potesse distrarre davvero la gente dai pensieri pericolosi e si imponesse come una realtà di unione, che portasse una mentalità coinvolgente ed esaltante. A qualcuno viene un’idea: perché non provare con una squadra di hockey? D’altro canto con i fondi stanziati della Commissione Landmark per la riqualifica dei territori colpiti dal degrado c’è stata la possibilità di costruire parchi, campetti, palestre e molti altri luoghi di aggregazione e sportivi, a Belfast hanno eretto tra gli altri anche l’Odissey Pavillion, palazzetto multifunzionale.

Oggi denominato SSE Arena, l’edificio è stato costruito in un luogo che non è del tutto casuale, proprio lì nel quartiere di Saylortown che all’inizio del secolo scorso era l’ultimo rimasuglio di una Belfast unita, dove cattolici e protestanti convivevano senza problemi apparenti. E non a caso è stato proprio quel quartiere a dare vita all’esplosione di violenza nel 1972, con il tristemente famoso Bloody Friday che ha visto i tragici episodi iniziare lungo Garmoyle Street, oggi parzialmente nascosta dall’autostrada M3, proprio di fronte al nuovo palazzetto.

L’Odissey Arena, in quel luogo così simbolico, aveva il compito di unire le comunità, di dare nuovi sbocchi e attività ai giovani cresciuti negli anni di terrore e sotto le bombe dell’IRA, e quale posto migliore per fondare qualcosa di completamente nuovo in quella città, in quella nazione, come una squadra di hockey?

L’idea piace, il fondo di investimento proprietario della Odissey Arena (Odissey Trust) si incarica di trovare i finanziamenti e di fondare una prima dirigenza e nel giro di pochi mesi prendono vita i Giants, promotori di eguaglianza – sarà la prima società sportiva della città fondata senza alcuna ideologia religiosa – e di aggregazione della gente, sperando che la città risponda positivamente alla novità.

“Tutti sono uguali nella Terra dei Giganti”, con questo motto significativo i Belfast Giants si impongono in città con un’imponente campagna pubblicitaria. Il primo coach è David Whistle, ex assistente nella nazionale britannica, e il primo capitano delle maglie verdi come il mare d’Irlanda è Jeff Hoad.

Inizialmente la squadra vede anche molti nativi di Belfast nella rosa, a cui si aggiungono scozzesi, gallesi, inglesi e pure qualche nordamericano in cerca di un rilancio o di una nuova carriera. All’inizio del nuovo millennio i Belfast Giants sono cosa fatta. Il pubblico risponde alla grande, sono le famiglie i principali tifosi, che per la prima volta hanno un luogo dove portare bambini e ragazzi per pomeriggi e serate in tranquillità. Piano piano la fanbase aumenta, l’Odissey Arena ospita sempre più spettatori partita dopo partita e superata qualche difficoltà finanziaria dovuta allo scioglimento della Superleague, i Giants tornano più forti di prima.

L’hockey è sempre più lo sport preferito dai più giovani e delle famiglie, i Giants diventano una delle squadre più forti del campionato britannico laureandosi campioni per la prima volta nella stagione 2005/06, e sempre più giocatori con un passato prestigioso passano da Belfast. Jason Ruff, Paul Kruse, ma soprattutto il leggendario Theo Fleury indossano la maglia dei giganti e l’Europa comincia a conoscere la Belfast dell’hockey grazie alla Continental Cup del 2003, con i Giants protagonisti anche a Lugano con la vittoria sul Davos di Arno Del Curto, prestazione che a Belfast ha una grande risonanza mediatica.

Oggi i Giants sono sempre ai vertici dell’hockey britannico, continuano ad avere un grande seguito di pubblico, tenendo conto della giovane età della squadra – nel 2019 erano conteggiati oltre 4’200 spettatori di media – e il settore giovanile conta squadre che accolgono bambini e ragazzi sin dagli 8 anni di età di qualsiasi provenienza o estrazione sociale, cosa che non era propriamente scontata in molte società sportive nordirlandesi.

E per far capire quanto siano distanti da qualsiasi ideologia, c’è da sapere che da qualche anno nella EIHL viene suonato l’inno nazionale del Regno Unito prima di ogni partita, ma i Giants si sono opposti e hanno vietato qualsiasi simbolo, canto, bandiera e indumento a carattere religioso o politico all’interno della propria arena. Solo i dirigenti sanno quanto questa scelta sia stata difficile di fronte al mondo politico e a una certa frangia di tifosi di qualunque sport, capaci di intimidazioni, minacce e danneggiamenti, ma per chi ha dato vita ai Giants era troppo importante staccarsi da certe impostazioni retrograde e violente. La loro era una missione.

Tutto questo per permettere alla gente di godere finalmente del tempo e dello spazio per liberarsi dai brutti ricordi, per unire la comunità attraverso messaggi positivi e per regalare all’irrequieta città dei giorni finalmente sereni. Perché non era più possibile vedere bambini che sapevano solo giocare alla guerra, che crescevano con i coltelli in mano davanti a un murales di Bobby Sands e che rientravano in casa non richiamati dalle loro madri ma dalle puntuali sirene dei coprifuochi.

I Giants dovevano essere un’altra alternativa, una delle più importanti ed incisive, e ad oggi si può dire che la loro missione prosegue oltre le più rosee aspettative a venti anni dalla loro nascita.

E Belfast è diventata la città dei giganti, dove oggi tutti sono un po’ più uguali.

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