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Interviste

Marchon: “Di questo titolo si parlerà per i prossimi 30 anni, ma lotteremo per ripeterci”

L’attaccante torna sullo storico traguardo del Gotteron: “Con il trascorrere dei giorni comincio a realizzare quanto è accaduto. Festeggiare con i miei cari è stata la cosa più importante, la parata in città un momento speciale”

FRIBORGO – È passata ormai più di una settimana dallo storico titolo conquistato al cardiopalma dal Friborgo. Con Nathan Marchon, una delle bandiere del Gottéron, abbiamo ripercorso le emozioni delle ultime settimane a mente un po’ più fredda.

Nathan Marchon, che emozioni provi in questo momento? Hai realizzato quanto è successo, o sei ancora in una specie di trance?
“Con il trascorrere dei giorni comincio a poco a poco a realizzare quanto sia accaduto. Nei primi due giorni non mi ero veramente reso conto, c’erano tutte le emozioni delle partite. Diciamo che forse la prima volta che ho realizzato davvero tutto è stato durante la parata in città, vedendo la gente per strada e poi anche le tantissime reazioni sui social media”.

Qual è stato il momento più bello, quello che vorresti poter rivivere? Quando quel disco scagliato da Wallmark è entrato in rete, oppure c’è un altro istante? Magari la consegna della coppa, oppure il ritorno a Friborgo o appunto la festa in città con 80’000 tifosi…
“Solo uno? Ma è difficile così, ci sono stati talmente tanti bellissimi istanti. Se mi dai una sola scelta, direi i festeggiamenti con i miei cari: la mia famiglia, la mia compagna Chiara e i parenti stretti. È stata la cosa più importante per me, tutte queste persone hanno fatto tanti sacrifici per permettermi di arrivare a questa vittoria. Festeggiare insieme a loro è stato bellissimo. Pure la parata in città però è stata qualcosa di davvero speciale”.

Durante la pausa precedente l’overtime decisivo, cosa ti frullava in testa? Nervosismo, paura, fiducia… Cosa prevaleva?
“Non avevo paura. Se hai paura fai degli errori. Avevo fiducia, mi sono detto che le due squadre avevano dato ormai tutto. L’intera posta si sarebbe giocata su un errore, un tiro. Perché non potevamo vincere noi? Avevamo già vissuto tanti supplementari in finale, sapevamo come affrontarli. A dire la verità ero sorpreso da questo mio essere così fiducioso”.

Torniamo all’overtime di Gara 5, il tuo rilancio sbagliato con conseguente penalità per ritardo di gioco e la rete in powerplay del Davos. Cosa hai provato quando sei uscito verso la panchina dei penalizzati? Eri arrabbiato con te stesso, deluso? E 14 secondi più tardi quando è arrivato il gol?
“Quando sono uscito in panchina ho semplicemente pregato che non arrivasse la rete avversaria, e invece… Ero molto triste e deluso. Tante persone mi hanno scritto per sostenermi, dicendomi che non era grave, era già accaduto ad altri, non ero il primo e non sarei stato l’ultimo. Ho cercato dunque di restare calmo e concentrato. Ovviamente era qualcosa di pesante, se avessimo vinto quell’incontro avremmo potuto chiudere la serie in casa. Logicamente adesso tutto ciò non importa più, è dimenticato”.

Al rientro da Davos non sei dunque stato il tipo da richiudersi in se stesso e spegnere il cellulare, ma hai avuto bisogno di dialogare dopo la sventura…
“Ho riflettuto molto nel mio angolino per conto mio, ma appunto quando sei in momenti simili ti fa molto piacere ricevere il sostegno di tutti. Questo supporto mi ha permesso di vedere la cosa in maniera un po’ più rosea e di fare un bel pieno di motivazione. All’inizio mi dicevo ‘chissà se avrò paura di giocare la prossima partita con il timore di rifare un errore del genere’, ma non è stato così, sono tornato sul ghiaccio con fiducia e consapevolezza”.

Anche i vari media ti hanno praticamente tutti “difeso”, ma immagino che tu comprensibilmente non abbia letto molto…
“In seguito mi è stato riferito anche che il coach mi aveva difeso sui media, è bello saper di essere sostenuti. La gente vede che sono un lavoratore, ogni match do il 100%. Quando pratichi sport ad alto livello a volte accadono certe cose, bisogna saper andare oltre con la mente”.

Al difensore del Davos, Calle Andersson, nella “bella” è toccata la tua medesima sorte, con la conseguente superiorità numerica che vi ha permesso di conquistare il titolo. Gli hai magari parlato?
“No, non gli ho parlato, penso che non volesse sentire nulla. Per lui è stato ancora peggio siccome era l’ultima sfida, quella decisiva. Immagino che stia ancora pensando all’episodio. Un match è toccato a me, uno a lui, con la differenza appunto che a lui è capitato nella partita più importante. Fa parte dello sport ormai”.

Si è parlato evidentemente molto di Sprunger e della sua fantastica storia. Non ti chiedo un commento in merito, ma voglio sapere cosa rappresenta per te Julien? Un idolo, un fratello maggiore, un compagno di squadra o un amico?
“È stata un’evoluzione con il passare degli anni. Da bimbo, quando ero in curva a guardare le partite, Julien era un idolo. Poi con il mio approdo in prima squadra è diventato un collega di lavoro, con il trascorrere del tempo è diventato un amico. Conosco bene pure la sua famiglia, insomma la nostra relazione è molto progredita”.

Sarà dura ora rimettersi a lavorare per tentare di difendere il titolo, oppure l’appetito vien mangiando?
“Penso che tutti vorrebbero rivivere quanto accaduto, quello che provi e vedi quando vinci è semplicemente incredibile. Chiaramente ripetersi non sarà facile. Quando hai vinto, tutti vogliono venirti a cercare per batterti. Sarà dunque una sfida interessante. Dovremo mostrare carattere e dimostrare che abbiamo ancora la voglia di combattere”.

Sei alla soglia dei 30 anni e il tuo contratto con il Friborgo scade nel 2028. Hai intenzione di fare come Sprunger oppure, specialmente ora che hai centrato il sogno di vincere il titolo, ti frulla il pensiero di vedere qualcosa di nuovo?
“È ancora decisamente troppo presto. Ora ho vissuto qualcosa di incredibile, sono entrato negli anni più belli della carriera, voglio continuare a progredire, a formarmi ulteriormente, diventare un elemento di National League più dominante. Friborgo è casa mia, oltretutto la mia compagna Chiara lavora come insegnante qui, ci troviamo bene, però come detto ogni discorso a tal proposito è prematuro, vedremo più in là”.

Nathan, prima di lasciarti alle meritate vacanze, un’ultima domanda. La tua vita è cambiata dopo questo titolo, in città ti fermano ancora di più?
“Ovviamente ci sono più persone che mi riconoscono. Ad esempio se mi reco a fare la spesa, mi fermano, discutono due o tre minuti del successo, è veramente bello, mi fa tanto piacere. Penso che con il tempo tutto questo diminuirà un po’, anche se evidentemente questo storico titolo continuerà a fare parlare per i prossimi 30 anni, un po’ come in Francia, quando nel 1998 vinsero i Mondiali di calcio”.

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