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Pfister: “Si è capita l’importanza dell’allenatore dei portieri, ma siamo ancora indietro”

Il goaltending coach dello Zugo si racconta: “L’obiettivo del nostro ruolo è formare il maggior numero di portieri elvetici. In futuro vogliamo avere un elemento draftato ogni anno. La mia aspirazione? Arrivare a lavorare in NHL”

© Simon Pfister

ZUGO – L’allenatore dei portieri, una figura che anche in Svizzera ha preso definitivamente piede. Spesso però i diretti interessati non sono sotto i riflettori, lavorano dietro le quinte. Grazie al nostro interlocutore Simon Pfister, goaltending coach dello Zugo, proviamo a scavare in questo mondo per certi versi ancora poco esplorato.

Simon, come si diventa allenatore di portieri e come mai hai intrapreso questa via?
“La Federazione ha determinate strutture, prima di poter operare in questo campo è necessario ottenere i diplomi. Per la nostra professione ce ne sono tre: il basilare, l’avanzato e poi quello professionale che ti permette di lavorare con i professionisti ai massimi livelli. Per arrivare a quest’ultimo gradino ci vogliono tra i 4 e i 6 anni. Già presto, attorno ai 20 anni, ho sviluppato l’interesse per questa attività. Ero portiere di riserva a Kloten e giocavo col contagocce, durante le partite mi piaceva molto osservare i colleghi e i loro movimenti. Oltre a ciò nella mia vita privata mi è sempre piaciuto analizzare le persone, cercare di capire chi ho di fronte. Insomma, ho subito avuto il feeling che questa sarebbe potuta essere la mia via”.

Pfister ha iniziato l’attività al termine della sua carriera nel 2015, all’età di 30 anni e fa parte della cosiddetta nuova generazione. Oltre a lui ci sono tra gli altri i vari Peter Mettler, Thomas Bäumle, Tim Bertsche. Non male se confrontato con il passato, quando spesso questa funzione non esisteva, perlomeno al 100%, e oltretutto veniva frequentemente assegnata a stranieri. I Marcel Kull e gli Andy Jorns erano quasi dei predicatori nel deserto…
“I club, vale per ogni sport di squadra, hanno compreso l’importanza di questo ruolo. Se vuoi vincere devi avere un ottimo portiere e la preparazione individuale è sempre più importante al fine di forgiare ogni singolo giocatore. In questo senso noi preparatori dei portieri abbiamo qualche anno di vantaggio rispetto ad altri colleghi. A Zugo si punta molto in questo ambito, oltre a me lavorano Fabian Balmer e Marco Mathis. Entrambi sono impiegati a tempo pieno e si occupano esclusivamente dei portieri del nostro settore giovanile, avere delle buone fondamenta è importante. Nel complesso però in Svizzera siamo ancora indietro rispetto ad altre realtà, ad esempio in Finlandia c’è un allenatore dei portieri professionista per ogni fascia di età”.

© EVZ.ch

Come sono i rapporti con i tuoi colleghi?
“Una volta all’anno c’incontriamo e analizziamo la situazione. Siamo solidali tra di noi, non bisogna guardare esclusivamente al proprio orticello. Durante la stagione poi ci si vede nelle piste, si discute, si scambiano opinioni, input e idee, a volte ci scappa anche la telefonata. In fin dei conti il nostro compito è lo stesso, cercare di formare il maggior numero di portieri elvetici, tornare ad avere portieri in NHL, come ad esempio Akira Schmid. L’obiettivo nel futuro deve essere quello di avere un elemento draftato ogni anno”.

Ci sono già stati portieri ancora in attività che ti hanno contattato per eventualmente intraprendere questo mestiere?
“L’unico sin qui è stato appunto Mathis. Solitamente è il contrario, sono io che contatto loro. Recentemente ho chiesto a Noel Bader, fresco di ritiro, se fosse interessato a svolgere questa mansione. Chiedo spesso in giro, non solamente a professionisti, anche a giovani che magari smettono di giocare all’età di 20 anni, vuoi per infortuni, impegni scolastici o mancanza di prospettive. Ma attenzione, non è sufficiente essere stato un portiere per diventare automaticamente un bravo allenatore, servono appunto tante altre proprietà”.

A Zugo hai una costellazione interessante con Genoni, il miglior portiere in circolazione, e Hollenstein, il giovane talento affamato. Ci immaginiamo che svolgi due programmi differenziati…
“In sostanza è dappertutto così, semplicemente perché nessun portiere è identico a un altro. Non hai mai un duopack, bensì due singoli atleti con peculiarità differenti tra loro: la stazza, l’aggressività, la mobilità e tante altre componenti si discostano uno dall’altro. Di conseguenza bisogna adattare gli esercizi in base al bisogno e alle capacità individuali, non posso far svolgere le stesse sedute a entrambi. È un lavoro molto variato a cui va aggiunta la parte mentale, anche qui ogni persona è diversa. Io cerco sempre di togliere la pressione ai miei ragazzi e d’infondergli tranquillità. La gioia e il divertimento che si aveva da ragazzini deve essere trasportata pure nel professionismo, non c’è niente di più bello di catturare un disco, questo è il mio messaggio”.

Ma un ex portiere, con alle spalle una carriera modesta come la tua, può davvero insegnare ancora qualcosa a Genoni?
“Questa domanda me la pongono in molti: sponsor, tifosi e persino i miei familiari (Simon ride di gusto ndr). Ebbene sì, Leo vuole migliorarsi giorno dopo giorno e ha molta fiducia in me e nel mio know-how. Non si finisce mai di imparare, si può sempre progredire, anche perché la partita perfetta praticamente non esiste, ci saranno sempre punti da affinare”.

Hollenstein è fresco di rinnovo, in tanti non hanno capito questa sua scelta…
“Luca è un potenziale numero 1, questo è chiaro. Penso che si sia reso conto del potenziale della nostra organizzazione, l’intero pacchetto fornito dall’EVZ è molto buono. Qui da noi può continuare a svilupparsi al meglio, specialmente nell’ambito atletico. Tutti gli danno fiducia, i nostri due portieri sono messi sullo stesso livello. Se fornirà prestazioni di ottima fattura e costanti disputerà parecchie partite. Io lo ammiro molto, ha accettato questo challenge, ovvero sfidare Genoni, il numero 1 elvetico. È la sfida più difficile in Svizzera per un portiere. Questo è un bel segnale di fiducia nei propri mezzi”.

Riesci a capire durante un riscaldamento prima di un match se uno dei tuoi protetti non è concentrato o giù di corda?
“Il linguaggio del corpo permette di riconoscere eventuali difficoltà, ma succede rarissimamente. Sono professionisti e professionali, hanno la loro routine, si preparano a puntino. Se succede e mi accorgo che qualcosa non va mi reco dall’elemento in questione, gli parlo e lo carico ulteriormente”.

Chi decide il portiere titolare?
“Io fornisco al nostro coach Tangnes le mie considerazioni, delle sorte di consigli, poi di base si discute e si decide insieme Non abbiamo praticamente mai delle grandi differenze di vedute, ma è chiaro, alla fine la scelta finale in caso di discrepanze è la sua, è lui il capo”.

Un “swiss goaliecoach” in NHL, utopia?
“Direi di no, è tutto nelle nostre mani. Se avremo successo, se riusciremo a formare grandi portieri magari un giorno si aprirà una porta, ma prima di tutto dobbiamo allargare ulteriormente la nostra base qui in Svizzera. Ovviamente non è semplice, i posti sono limitati e il bacino di oltreoceano è grandissimo, ma io ci credo. È uno dei miei obiettivi a lungo termine, ma prima appunto devo continuare a svolgere bene il mio lavoro qui a Zugo”.

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