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Ti racconto una partita

Ti racconto una partita: i quaranta storici minuti di Pauli Jaks al Forum di Los Angeles

Partito dal Ticino per rincorrere il sogno della NHL, il portiere biancoblù era diventato il primo svizzero a giocare nella massima lega mondiale, alle spalle di un Gretzky influenzato e con uno scherzo finale della balaustra

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“Per il momento ho detto di no. Non mi sento ancora pronto, sono giovane e vorrei accumulare maggiore esperienza, dunque per quest’anno sarò ancora ad Ambrì e poi si vedrà”. Così aveva commentato il ventenne Pauli Jaks la decisione di rifiutare il contratto propostogli dai Los Angeles Kings al termine del suo secondo camp con la franchigia californiana, delineando il percorso che lo avrebbe portato un paio di anni più tardi ad essere il primo svizzero a debuttare in NHL.

La rincorsa di un sogno che ad inizio anni Novanta sembrava proibito iniziò per l’ex portiere biancoblù ai Mondiali U20 del 1991, quando catturò le attenzioni dello scout Vaclav Nedomansky dopo aver disputato un ottimo torneo, che lo vide premiato come miglior portiere e scelto per l’All Star Team.

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Quelle sette partite in Saskatchewan della Svizzera (Jaks ne giocò cinque, le altre due Nando Wieser) furono invero piuttosto difficili, con i rossocrociati allenati da Bruno Zenhäusern che riuscirono a battere solamente la Norvegia, salvando il posto di categoria nonostante sei secche sconfitte ed un bilancio finale di cinque gol realizzati e 48 subiti.

Nedomansky non si fece però ingannare, e vide nello svizzero un potenziale non indifferente. “Ha un grande talento, la sua posizione tra i pali è ottima ed ha buoni riflessi”, aveva commentato qualche anno dopo ai microfoni della TSI. I suoi appunti non vennero ignorati dai Los Angeles Kings, che nel 1991 scelsero Pauli Jaks al quinto turno del Draft, rendendolo il secondo svizzero draftato dopo Jacques Soguel nel 1976 (St. Louis Blues).

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Dopo la selezione ed i successivi camp, Pauli Jaks giocò altri due campionati con l’Ambrì Piotta – oltre ad un secondo Mondiale U20 – ma sin dal primo momento aveva ben in chiaro quali sarebbero state le sfide che avrebbe trovato oltre oceano. “La differenza è una sola, bisogna essere molto aggressivi perché in America vanno su ogni disco, e il portiere viene attaccato spesso… Bisogna essere attenti e giocare con i propri compagni”, aveva commentato nel settembre 1992.

Un anno dopo avvenne la sua partenza, in direzione West Coast ma con una fermata obbligata a Phoenix per vestire la maglia IHL dei Roadrunners, l’allora farm team dei Los Angeles Kings. Nelle minors il biancoblù giocò complessivamente 48 partite sull’arco di due stagioni, vincendo al debutto per 6-4 contro i Kansas City Blades e confermando complessivamente le buone sensazioni trasmesse agli scout con le sue prestazioni in Svizzera.

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Ad osservarlo da vicino c’era il presidente dei Kings, quel Rogie Vachon che in gioventù aveva vissuto una carriera da portiere strepitosa, contraddistinta da tre Stanley Cup con i Canadiens, un Vezina Trophy e una Canada Cup.

“Come organizzazione siamo molto eccitati per Pauli, che negli ultimi anni ha giocato molto bene in Svizzera”, aveva spiegato in un servizio dell’epoca curato dalla SRF. “Ci vorrà un po’ di tempo prima di vederlo ai Kings, ma ha avuto un ottimo camp e mi piace molto il suo stile. È grande e forte, si muove molto bene lateralmente, il che si sposa perfettamente con l’hockey moderno che si sta facendo spazio in NHL. Se continuerà a fare dei progressi, avrà delle buone possibilità di debuttare con noi, visto che nella nostra organizzazione non abbiamo molta profondità tra i pali e Pauli è probabilmente il nostro miglior prospect”.

La chiamata da Los Angeles arrivò nel gennaio 1995, periodo che coincideva con le prime fasi del campionato visto che la stagione era stata accorciata in maniera importante dal lockout. I portieri titolari Kelly Hrudey e Robb Stauber si infortunarono entrambi nella medesima serata del 22 gennaio, aprendo le porte una settimana più tardi alla prima ed unica partita giocata da Pauli Jaks in NHL.

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Il clima al Great Western Forum di Los Angeles non era dei più rilassati. I Kings erano riusciti a vincere solamente uno dei primi cinque match, e alla pista quella sera si presentarono solamente 13’241 spettatori. Sotto per 4-1 dopo il primo tempo, coach Barry Melrose cercò di cambiare il momentum mandando in pista il giovane svizzero.

“Aspettò la fine della pausa per comunicarmelo, quando alla ripresa del gioco mancavano appena due minuti, così non ebbi il tempo di pensare e innervosirmi”, aveva ricordato in un’intervista al Corriere del Ticino. Jaks non riuscì ad evitare la sconfitta dei suoi, che vennero battuti per 6-3, ma concluse la sua prestazione parando complessivamente 23 tiri e incassando due reti.

Il primo puck finì alle sue spalle su spunto in contropiede di Jeremy Roenick, mentre sul secondo un rimbalzo sfortunato lungo la balaustra ingannò il rossocrociato, che da dietro la porta non poté che guardare il disco finire sfortunatamente nella sua porta. Nonostante quell’episodio Pauli Jaks lasciò un’impressione positiva, in particolare con un intervento spettacolare al cospetto di Paul Ysebaert (canadese che chiuse la carriera a Rapperswil).

“Sono felice di aver avuto l’opportunità di giocare. Ero un po’ nervoso, ma dopo alcuni tiri mi sono sentito bene. Spero di avere un’altra chance”, aveva dichiarato al LA Times, ma quei 40 minuti rimasero gli unici in carriera disputati nella miglior lega del mondo.

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Il ricordo è comunque indelebile, in pochi possono dire di aver giocato con Wayne Gretzky, che quella sera scese in pista nonostante fosse debilitato dall’influenza. “È un momento che ho sempre davanti a me e che non scorderò mai. Sono sceso in pista senza aspettarmelo contro giocatori importanti come Amonte, Chelios, Roenick o Belfour… Anche se è durato poco non fa niente”, aveva dichiarato.

“Ero un piccolo svizzero che arrivava in una grande squadra farcita di campioni, faceva uno strano effetto farne parte. Ho avuto il piacere di conoscere Gretzky di persona e proprio da lui e dalle altre superstar arrivavano i consigli in caso di bisogno. I giovani, che dovevano lottare per un posto, erano invece più freddi e aggressivi”.

L’avventura in California si chiuse poco dopo, con il rientro degli infortunati ed il successivo ritorno a Phoenix, mentre a Los Angeles non ci fu più spazio. “Pensai a lungo se continuare a provarci o desistere. Sono contento della carriera che ho avuto, ma oggi, a un giovane che vuole sfondare, direi di non mollare mai. Non è facile essere titolare in NHL, ma vale la pena tenere duro”, aveva commentato sul CdT.

I tempi sono decisamente cambiati, anche e soprattutto grazie a chi come Pauli Jaks ha spianato la strada e indicato la via. In fondo, quella sera del 29 gennaio 1995 ce la ricorderemo tutti ancora per diverso tempo.

Capo redattore e fondatore, Andrea Branca si occupa di tutti gli aspetti gestionali e redazionali. Si è laureato in Scienze della Comunicazione con un Master in Gestione dei Media all'Università della Svizzera italiana.

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