
MILANO – Luca Cereda è pronto a ripartire in qualità di allenatore della Nazionale U20 svizzera. Con l’ex coach dell’Ambrì Piotta abbiamo parlato di questa nuova tappa della sua vita.
Luca Cereda, come mai questa scelta e quali sono le tue sensazioni?
“Sono felice e curioso, sarà un’esperienza diversa, in cui non avrò più la squadra tra le mani per tutti i giorni, ma solo a periodi. Ci sarà quindi anche da imparare. Il bello di questo lavoro è che sarò confrontato per prima cosa con i migliori elementi svizzeri, e poi con le migliori scuole hockeyistiche mondiali che lavorano con i ragazzi tra i 18 e i 20 anni. Coloro che saranno gli attori protagonisti nel prossimo decennio. Questo in sostanza mi ha spinto ad accettare la sfida”.
Già da tempo si vociferava il tuo nome, è stata una trattativa lunga? Avevi altre offerte sul tavolo?
“Il primo contatto c’è stato a inizio dicembre. Lì è avvenuta una prima discussione e ho detto subito che sportivamente m’interessava molto questa sfida, aggiungendo però che non sapevo bene cosa comportasse a livello di compiti. Da fuori si conoscono i vari tornei e i Mondiali, ma cosa c’è da fare nel mezzo lo si sa meno. Mi sono dunque un po’ informato e ho chiesto pure a chi ha svolto questo lavoro prima di me. La Federazione dopo questo primo contatto mi aveva detto che la priorità fosse concentrarsi sui Mondiali U20, e che avremmo riparlato al termine della rassegna iridata. A gennaio ci siamo dunque risentiti, abbiamo trovato abbastanza velocemente l’intesa contrattuale. Per quanto riguarda la tua seconda domanda, c’è stato qualche piccolo contatto negli ultimi mesi, ma niente di così serio come con la Federazione”.
Per te è un cambio di abitudini rispetto alla vita da coach di club. Il ghiaccio giornaliero e l’adrenalina quasi quotidiana delle partite ti mancheranno?
“È una delle cose a cui ho pensato. Chi ha svolto questo lavoro di selezionatore mi ha detto che bisogna abituarsi a questo, si deve anche accettare che non tutto è sotto il tuo controllo e in un certo senso la tua responsabilità dipende anche da altri che si occupano dei giocatori durante tutta la stagione. Questo è fondamentale capirlo”.
Presumo invece che la massiccia presenza mediatica del tuo passato biancoblù non la rimpiangerai…
“Diciamo che in questi mesi ho avuto la possibilità di visitare altre realtà. Sono sorpreso di quanto poco gli allenatori siano al centro dell’attenzione mediatica altrove. Da un lato fa piacere tutto questo, vuol dire che c’è interesse verso l’hockey, allo stesso tempo alcuni argomenti fanno parte della quotidianità di un coach e si ripetono naturalmente. Adesso sarà diverso, penso che ci saranno quei momenti ad esempio ai Mondiali, dove si starà più al centro dell’attenzione, mentre altri periodi in cui si sarà quasi in incognito e ci si potrà muovere un po’ più nell’ombra”.
Paradossalmente viaggerai ancora più di prima mi sa, al fine di visionare i giovani candidati alla selezione e incontrarli personalmente…
“È così. Una delle prerogative è quella di vedere i ragazzi all’opera, osservarli e avere pure una certa vicinanza con le società, bisogna fare sentire il supporto a tutti. È vero, i mezzi moderni aiutano, ma visionare dalla pista è completamente diverso che farlo tramite video. Vedrò dunque tante partite ed è una delle cose che mi intriga”.
Hai già pensato al fatto che a Natale sarai a Edmonton per i Mondiali? Ne hai già parlato con la tua famiglia, i tuoi figli stanno già spingendo per trascorrere le festività in Canada?
“Ovviamente è stata una delle discussioni in casa. Ci saranno dei periodi dove sarò un po’ più a casa, e altri in cui poi sarò completamente via. A Natale sarò assente per molto. È una cosa che ho già vissuto da giocatore e poi con la famiglia, quando avevo fatto delle esperienze di assistente nelle Nazionali. Durante i Mondiali sei praticamente concentrato 24 ore su 24, volendo esagerare un pochino. Tutto va talmente veloce e ti giochi tutto in così poco tempo. È quindi difficile trovare tanto spazio per la famiglia. I figli ormai l’hanno già buttata lì, sono appassionati di sport e amanti della neve, sono gasati e associano Edmonton alla neve, neve che ormai nel bellinzonese è sempre più scarsa. Vedremo, alla fine tutto è ancora lontano”.
Fungerai anche da assistente nella Nazionale maggiore, un altro grande stimolo…
“Si, sarà una bellissima esperienza, è stata un po’ la ciliegina sulla torta. Volevo capire cosa comportasse il ruolo di allenatore della U20 e nel rush finale delle discussioni abbiamo parlato anche di questo ulteriore ruolo. Sono estremamente contento e motivato. Ho già partecipato a qualche torneo amichevole, è un lavoro di squadra, non si ha il tempo per recuperare, devi performare tutti i giorni e qualsiasi membro dello staff riveste un ruolo importante. Sono dunque contento di farne parte”.
Il tuo mandato ufficialmente non è ancora iniziato, ma immagino che ormai tu stia già lavorando alla causa e ti stia preparando. D’altronde in questi ultimi quattro mesi hai visto moltissime partite di un po’ tutte le categorie…
“Entrerò in carica il primo giugno, ho dunque dei mesi per prepararmi al meglio. Posso e voglio già visionare i ragazzi il più possibile per arrivare pronto, con il maggior numero possibile d’informazioni e immagini nella mia testa per fare in modo di creare la miglior squadra possibile. In queste ultime settimane ne ho veramente approfittato per vedere tanto hockey con un po’ più di distacco, senza esserne dentro. Ho potuto inoltre seguire altri allenatori e staff tecnici, è interessante vedere come lavorano, si può imparare molto e sono esperienze preziose”.
Hai avuto difficoltà a metabolizzare la fine dell’avventura ad Ambrì? Io mi sono detto che per uno che ha dovuto smettere di colpo la sua carriera agonistica a causa del problema al cuore, in fin dei conti quanto accaduto ad ottobre sia stata una bazzecola. Sbaglio?
“Ormai vivendo qui all’inizio è stata un po’ dura, appena mettevo il piede fuori da casa tutti volevano parlare di questa cosa. Qualsiasi azione quotidiana personale si allungava. Da un lato era piacevole l’interesse, però così era difficile trovare il distacco necessario per potersi allontanare un attimo. Chiunque mi parlava dell’Ambrì. Poi pian piano ho cercato di staccarmi, proprio a livello emotivo, ed è andata meglio. Ho continuato a seguire le partite, sono stato pure due volte alla Gottardo Arena, ma appunto in maniera un po’ meno coinvolta emotivamente, anche perché non ho più il volante. Quanto accaduto negli anni Novanta mi ha cambiato la vita, era qualcosa che non mi aspettavo, pensavo di giocare ancora per parecchi anni, ero nel mezzo della carriera. Quello che è successo lo scorso ottobre invece non era una sorpresa, l’avevo sempre detto: più si va avanti più si avvicina la fine. Un ciclo naturale insomma, ero conscio e sapevo che la fine era vicina, quindi sì, la tua formulazione ci può stare”.


