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Interviste

Steinmann: “Un grande passo avanti, vogliamo andare più lontano ma servirà tanto lavoro”

Il DS sulla sua prima stagione a Lugano: “Si è lavorato duramente e la prestazione globale in una lega molto competitiva è stata buona. L’obiettivo saranno sempre i playoff, ma per superare i quarti tutto deve funzionare”

LUGANO – La stagione del Lugano si è ormai conclusa da qualche giorno e con il direttore sportivo Janick Steinmann è tempo di stilare un piccolo bilancio a mente un po’ più fredda, toccando anche il piano personale e con una deviazione finale sul suo recente trascorso professionale.

A qualche giorno di distanza qual è il tuo sentimento? Prevale la gioia per la bella regular season o la delusione per l’esito dei playoff?
“Devo essere onesto, né una né l’altra. Tutto è ancora così attuale. Dopo l’eliminazione il mio pensiero è andato immediatamente al lavoro da svolgere al termine di una stagione, come ad esempio i meeting di uscita. Fino all’ultimo secondo della serie ho sempre creduto di poter vincere, tutto è andato così veloce, non sono ancora quindi in quel periodo di elaborazione, questo arriverà tra due o tre settimane”.

Penso che avresti comunque firmato prima dell’inizio della stagione per un simile risultato. Oltretutto il 4-0 patito dagli ZSC Lions nei quarti vi ha puniti oltremisura…
“Se analizzo l’insieme direi di sì. La squadra ha risposto ottimamente dopo la stagione precedente e passare dal penultimo al quinto posto è notevole. E poi mi è piaciuto anche il modo in cui questo è avvenuto. Abbiamo giocato bene, c’è stata una grande solidarietà e compattezza, si è implementato un nuovo staff tecnico e c’erano anche nuovi giocatori. Il passo avanti è stato grande, si è lavorato duramente e la prestazione globale in una lega molto competitiva è stata dunque molto buona. Sono d’accordo, il 4-0 è troppo severo, eccezion fatta per una partita, nelle altre tre sfide ci siamo creati le chance per poter vincere, ma alla fine non è stato il caso e non ci resta dunque che fare i complimenti allo Zurigo”.

Hedlund lo si conosceva bene alle nostre latitudini, Mitell è stato invece una bella scoperta per tutti. Ti aspettavi che potessero cambiare così in fretta un gruppo che veniva da una stagione disastrosa su tutti i livelli?
“Bella domanda. Sapevo che la squadra aveva decisamente un potenziale maggiore rispetto a quanto mostrato l’anno precedente. Ero consapevole che all’interno del team c’erano tante buone personalità e delle qualità. Quando ho accettato l’offerta del Lugano, ero convinto che lavorando duramente e con uno staff tecnico di qualità avremmo fatto un passo in avanti. Quanto grande è sempre difficile da pianificare, alcune cose importanti come la chimica, la vita di gruppo e altro ancora sono aspetti non facili da prevedere”.

Mi ha colpito la calma del primo mese di campionato, quando le cose non funzionavano così bene. Non si è mai panicato, non si sono mai fatti trapelare dei dubbi. È stata la chiave della stagione…
“Sono d’accordissimo, ma ci sono più fattori che hanno influito e parto proprio dai voi media. Desidero ringraziarvi. Ci avete lasciato il tempo di lavorare quando non arrivavano i risultati. Devo poi fare un grande complimento a Tomas Mitell. Con la sua calma, il suo modo di essere e di porsi, ha dato sempre fiducia alla squadra e ha trasmesso queste sue proprietà a tutti. Lo stesso vale pure per quanto concerne la dirigenza. Anche nei miei confronti c’è sempre stata fiducia, tutto questo ha portato un ambiente sano e tranquillo che appunto si è riversato sulla squadra. Sapevamo che con qualche piccolo aggiustamento anche i risultati sarebbero arrivati. Poi è chiaro, non si può attendere in eterno, questi prima o poi devono veramente concretizzarsi, sono dunque soddisfatto di come si sia sviluppato il tutto”.

Hai parlato dei media. Un po’ conoscevi già la realtà, visto che avevi giocato a Lugano. Come hai vissuto l’attenzione mediatica ticinese, decisamente un altro mondo rispetto all’oasi pacifica di Rapperswil?
“Credo che durante il mio periodo da giocatore non me ne ero reso conto, anche perché non parlavo italiano e così non ero propriamente tra i più richiesti per le interviste. Nei playout dello scorso anno avevo deciso di prendere qualche provvedimento, come il fatto che avrei parlato solamente io con voi al fine di lasciare calmi i giocatori. Dalla scorsa estate abbiamo cambiato qualcosina, ad esempio inserendo la conferenza stampa prima delle partite con la presenza a turni rotatori dei giocatori oltre che dello staff. È importante coinvolgere i media, permetter loro di stare vicino alla squadra e cercare di costruire un rapporto proficuo. Io trovo bellissimo e importante che i media ci seguano e siano sul posto, sia alle partite che agli allenamenti. Alla fine contribuiscono a portare informazioni allo spettatore. Per me è un gioco d’insieme ed è fondamentale avere buoni rapporti. Dopo ecco, devo ammettere che devo ancora abituarmi ad alcuni aspetti (Steinmann ride ndr)”.

A livello personale e privato sei contento di come siano andate le cose? La gestione tra famiglia, con i tuoi cari rimasti in Svizzera tedesca, e il tuo lavoro a Lugano si è svolta come speravi?
“Per poter gestire questo aspetto hai necessariamente bisogno di una brava moglie che ti supporta, e di un buon superiore che ti dà fiducia per poterti permettere di trovare il giusto mix tra fare la spola, i tempi di presenza fisica e via dicendo. Se do uno sguardo a ritroso e analizzo i feedback direi che c’è stato un buon equilibrio. Io lavoro sempre, poco importa dove mi trovo. Il nostro è un lavoro che ti richiede di essere sempre pronto 24 ore su 24, e 7 giorni su 7. Ammetto che ho un po’ sottovalutato i mesi di agosto e settembre, pensavo che ci fosse meno traffico sulle strade. A me fa bene a volte avere un po‘ di distanza, mi permette di analizzare il tutto in maniera più neutrale e con meno emozioni. Inoltre così facendo anche lo staff tecnico può lavorare in maniera ancora più tranquilla”.

Ora ovviamente si vorrà fare un nuovo step, ma niente voli pindarici immagino, ci vuole consapevolezza che finire di nuovo nei top 6 non sarà certo una passeggiata, tantomeno centrare una semifinale. Temi che le attese si alzino?
“Il tuo discorso di fondo è giusto, ma non puoi mai avere paura in questo business. Io non posso uscire in pubblico dicendo che vogliamo giocare i play-in, l’aspettativa è quella di disputare i playoff. Dobbiamo essere coscienti, il Lugano ha una grande storia alle spalle, dobbiamo dunque prendere questa sfida, metterci la faccia e i playoff devono essere l’obiettivo. D’altro canto però i tifosi e i media devono essere oggettivi. Ci sono 10-12 squadre attualmente che possono ambire ai playoff. Arrivare in semifinale è difficile, ormai al giorno d’oggi tutti i nostri avversari lavorano molto bene, la concorrenza è alta. Per superare un quarto di finale tutto deve funzionare, i pezzi devono incastrarsi. Logicamente io voglio arrivare più lontano, ma la volontà non rende il tutto automatico”.

La bella stagione del Rapperswil ti fa piacere e la senti un po’ tua? In fondo sei tu l’architetto della squadra, a parte l’innesto di Pilut e di Maillet, quest’ultimo oltretutto con un ruolo marginale…
“Sei gentilissimo a dire questo, ma alla fine il lavoro del direttore sportivo non si limita al semplice acquisto di giocatori e poi il resto fila via liscio. C’è tutto il lavoro quotidiano, dipende da come si lavora, in questo senso io non ho contribuito a nulla evidentemente. È vero, la maggior parte del team è stato assemblato da me, ma non voglio avere meriti, non è il mio stile. Il profilo del lavoro del DS è molto più ampio e qui torno appunto all’attività di tutti i giorni. Organizzare i piani di lavoro, portare un certo tipo di cultura, curare gli aspetti legati all’ambiente, discutere con le persone e così via. Il Rapperswil ha svolto un lavoro ottimo in questo senso e il merito va dato a Claudio Cadonau e a Johan Lundskog. I giocatori dei Lakers hanno tutti delle magnifiche personalità, sono delle belle persone. Sono decisamente contento per loro e per l’organizzazione che abbiano fatto un campionato del genere”.

Siamo alla fine, ma c’è ancora un’ultima curiosità, vediamo se puoi rispondere. I tifosi bianconeri speculavano e speravano in un approdo di Moy e magari Strömwall a Lugano. Ci hai provato, oppure, anche per una questione di “rispetto” nei confronti del tuo ex datore di lavoro, hai evitato di metterci il naso?
“Certo che posso risponderti. Strömwall e Moy sono due ottimi giocatori. Tra me e i dirigenti del Rapperswil non c’è stato nessuno “gentleman agreement” o cose del genere. Ho ovviamente discusso e mi sono informato della situazione dei due attaccanti, in merito alle pretese finanziarie, il ruolo e altro ancora. C’era dell’interesse, ma questo vale per tanti altri giocatori che avevo nel mirino. Entrambi avevano parecchie offerte, lo svedese ha scelto gli ZSC Lions mentre Moy ha preferito rimanere a Rapperswil. Va bene così, sono contento della squadra che stiamo costruendo a Lugano”.

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