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Lugano

Petteri Nummelin, semplicemente indimenticabile

Nummelin

Attenzione, questo scritto può raggiungere livelli di entusiasmo e idolatria che all’infuori dei tifosi bianconeri non tutti potrebbero comprendere. Vogliate anche scusare una certa pochezza nel titolo, ma la semplicità di quelle parole descrivono bene ciò che segue.

Scherzi (ma neanche troppi) a parte, da qualche mese conviviamo con la consapevolezza della fine di un’epoca tra le mura della Resega. La parola “epoca” potrebbe risultare esagerata, ma se limitata al contesto dell’Hockey Club Lugano e del giocatore più rappresentativo dei tempi moderni – e forse anche di sempre – della formazione bianconera, allora calza a pennello.

Ci sono giocatori stranieri che, nell’immaginario del tifoso luganese e non solo, hanno segnato delle epoche di questo sport, grazie alle vittorie, alle reti e anche o semplicemente alla loro personalità. Essendo troppo giovane per ricordarmi dei Pavelich e degli Harrington, così come dei Blazek o degli Hjerpe e Hess, il mio immaginario ha archiviato come prima immagine di tifoso la gioia di uno svedese che nel marzo 1986 sollevò la prima coppa di campione svizzero vinta dal Lugano, uno svedese che di nome faceva Kent Johansson.

Solo oggi ci si rende conto di quanto fosse agli antipodi quell’hockey, commentato quella sera del 1 marzo dal compianto Tiziano Colotti, esaltatosi davanti alle gesta di Eberle, Lüthi, Waltin, ma soprattutto di Johansson, primo vero idolo dell’era moderna del Lugano e dell’hockey svizzero. Kenta detto anche “Lille” non era un fenomeno in patria, anzi era un giocatore normale per l’hockey svedese, ma è entrato nei nostri cuori per aver alzato quella prima coppa e altre a seguire, per aver segnato valanghe di reti e per aver cambiato l’hockey svizzero assieme a Mats Waltin, John Slettvol e Geo Mantegazza.

Eishockey NLA - HC Lugano - HC Ambri Piotta(© Y. Leonardi)

Da lì in poi l’hockey rossocrociato fece grossi passi avanti, passò al professionismo per ogni giocatore e sulle piste svizzere i tifosi videro arrivare dei veri campioni internazionali, come Dale McCourt, Mike Bullard, la coppia ex sovietica composta da Slava Bykov e Andrei Khomutov o il bernese Reijo Ruotsalainen. A Lugano ci si ricorda delle star di breve passaggio Näslund, Svensson e Nylander, e del letale Sjödin, passando poi dagli indomiti Orlando, Bozon e Andersson per arrivare ai condottieri come York, Peltonen, Thoresen e Metropolit, senza scordare le stelle dei lock out, come Tanguay, Blake e Bergeron. Tutti sono diventati idoli dei tifosi, chi più e chi meno, e tutti hanno lasciato il loro segno. Alcuni addirittura sono pure tornati per lasciare un’altra impronta sul ghiaccio e sulle panchine della Resega.

Ma uno solo ha segnato l’ultimo decennio di storia bianconera in maniera indimenticabile. Uno solo è arrivato da difensore ad un niente dal record di punti in maglia bianconera, e probabilmente sempre uno solo ha raggiunto livelli così alti di gioco per così tante stagioni in Svizzera. Questo personaggio, ovviamente lo sapete benissimo, risponde al nome di Petteri Nummelin. Viste le premesse, saremmo ipocriti nel dire che il Folletto nel nostro cuore di tifosi occupa lo stesso gradino del podio di tutti i grandi nomi precedenti e di quelli non menzionati. Sì perché ammettiamolo, per tutti noi il folletto venuto dalla Finlandia con scalo a Davos – narra la leggenda di Del Curto: “È veramente un fuoriclasse, ma non capisco chi gli abbia detto di fare il difensore…” – e approdato in via quasi definitiva al Lugano dell’estroso (e non poteva essere altrimenti) Zinetoula Bylialetdinov, occupa un posto particolare, per lo spettacolo mostrato, per le vittorie che ci ha regalato e per la marea di punti registrata in bianconero.

Tutte le dimensioni |Petteri Nummelin and Lorenz Kienzle | Flickr – Condivisione di foto!(© L. Pedroni)

Diverso da Johansson perché agli antipodi caratterialmente, diverso da Andersson perché artista un po’ indisciplinato difensivamente e fuori dagli schemi. Diverso da tutti perché semplicemente è Nummelin, prendere o lasciare, in una parola: unico. Giocatore di tale classe da essere definito da molti tra i giocatori più forti del panorama europeo all’apice della sua carriera a Lugano, ma se tale classe e “incoscienza” hockeystica la si fonde con il ruolo di difensore, risulta direttamente proporzionale la difficoltà per molti nel gestire pure un carattere estroverso e poco propenso a schemi restrittivi.

Difficoltà toccate con mano da molti ma non da tutti, e non è un caso se “coach Byl” e Jim Koleff all’epoca lo vollero fortemente, perché anche il russo era affetto da quella smania di hockey spettacolare e offensivo che si rivelò un’arma a doppio taglio. Perché se Bylialetdinov dovette fare le valigie, non sempre i successori del coach della nazionale russa furono entusiasti di dover fare i conti con un talento smisurato ma anche un po’ pericoloso per gli equilibri difensivi della squadra, e gli screzi di certo non mancarono. Leggende da spogliatoio, maldicenze o verità, ma il fatto che Nummelin sia sopravvissuto alla miriade di coach passati sulla scottante panchina bianconera non significa necessariamente che sia stato il boia di turno, ma forse semplicemente significa che ad un talento come il suo era veramente difficile se non impossibile rinunciare, pur con tutti i rischi del caso.

Tutte le dimensioni |Petteri Nummelin | Flickr – Condivisione di foto!(© L. Pedroni)

Ma non mi si fraintenda, perché l’estrosità è una cosa ma la professionalità un’altra, e sarebbe una sfida impossibile cercare un allenatore che ponga anche il minimo dubbio sulla sua serietà in allenamento, in partita e nello spogliatoio. Una professionalità e un carisma costruiti dalla sua carriera fatta di un numero impressionante di trofei personali e di squadra, da 15 campionati del mondo disputati, dai 522 punti marcati in Svizzera, ma anche dalla infinita voglia di vincere, di divertire e di divertirsi. E questa voglia non è finita nemmeno ora che ha chiuso la sua epoca leggendaria a Lugano, perché in patria sono ancora stati disposti a costruire ponti d’oro per lui, vero e proprio idolo già figlio di una leggenda come Timo Nummelin. Avrebbe sicuramente potuto giocare ancora e dare moltissimo anche qui, ma lo status di straniero legato all’età hanno fatto sì che la storia si chiudesse (?) questa primavera.

Tutte le cose belle devono pur finire, e anche se negli ultimi mesi c’è stato il rischio che finisse malauguratamente in malo modo, l’amore di Nummelin per la maglia bianconera gli ha fatto mordere il freno e forse anche la lingua, capendo che il bene della squadra veniva prima di ogni cosa, dimostrando anche in panchina assieme a Huras nei play off di essere un campione in ogni senso. La fine della sua epoca – perché di epoca si parla – scritta sul ghiaccio della Resega, anche se intercalata dalla stagione in NHL, ne apre una a cui ci si dovrà fare l’abitudine, perché ora non ci saranno più i dibattiti Nummelin-sì o Nummelin-no, e non ci sarà più la sua esultanza con gli occhi al cielo, le sue discese da brivido, le sue danze sui pattini, i suoi polsini letali e i passaggi chilometrici. Sarà dura abituarsi a questo, al fatto che non si potrà più attendere che scenda sul ghiaccio ad inventare qualcosa per risolvere le partite.

C’è ancora il tempo per un doveroso saluto del suo pubblico, ma quasi tutti i tifosi bianconeri sono sicuri che la carriera di Nummelin farà ancora tappa a Lugano in futuro, senza pattini e guantoni ma con la sua cresta bionda a sovrastare la panchina.
Ma questa sarebbe un’altra storia, perché per ora il Folletto numero 33 ha ancora tanta voglia di divertirsi.

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