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Il Lugano di Gianinazzi ha ritrovato la serenità, ora la sfida è di aumentare il passo

Il nuovo coach bianconero è salito in sella in condizioni difficilissime, riportando però ordine e serenità allo spogliatoio. Il lavoro non manca ma i segnali dicono che forse la strada imboccata è quella giusta

Quattro vittorie piene e sette sconfitte a zero punti, questo è il bilancio nudo e crudo della prima parte di gestione da parte di Luca Gianinazzi sulla panchina del Lugano. Una media punti passata da 1,25 nel periodo in cui dirigeva la squadra ancora Chris McSorley a 1,1 punti a partita con il giovane coach al comando.

Visto così, il cambio di allenatore nella squadra bianconera parrebbe sinora deficitario, ma sarebbe ingiusto e disonesto intellettualmente giudicare il lavoro di Gianinazzi semplicemente in base a questo numero. In realtà il lavoro del “Giana” sta passando molto più in profondità rispetto ai punti in classifica e questo il 29enne ha sempre cercato di sottolinearlo. Certo, i punti sono alla fine quelli che contano, ma per il coach al momento è più importante ricostruire la squadra su più basi, a medio e lungo termine i punti arriveranno in misura di logica conseguenza del lavoro svolto.

Bisogna ammetterlo, la prime due o tre volte che Gianinazzi si è parato davanti agli affamati microfoni e telecamere di noi media è apparso poco a suo agio, si è appoggiato alle sue capacità e ai suoi mantra del momento e per poco, pochissimo tempo ha dato quasi l’impressione di subire la pesantezza del momento.

Più che comprensibile per un ragazzo – in fondo lo è ancora – che in un amen è stato catapultato dal suo mondo sicuro e un po’ nascosto degli U20 ai riflettori brucianti di una National League che era nei suoi sogni ma non ancora in questi tempi. Figuriamoci dover montare in sella a una squadra costruita per lottare nella prima metà di classifica e che nelle prime settimane di campionato è uscita distrutta moralmente e tatticamente dalla precedente gestione.

E allora aldilà di quei primi momenti di tensione e adattamento a Luca Gianinazzi vanno fatti i complimenti per come ha gestito le emozioni, le sue idee e la pressione di tutto ciò che la sua coraggiosa scelta di dire “sì” (non scontata nel contesto suo e del club) ha comportato, prendendo abbastanza rapidamente in mano la situazione nonostante per alcuni aspetti possa sembrare il contrario, soprattutto quando il Lugano si è adagiato sul fondo della classifica.

Praticamente da solo e con l’appoggio di Krister Cantoni ha dovuto lavorare soprattutto psicologicamente su una squadra che non era più squadra, con individualità che ancora oggi faticano a lasciarsi alle spalle le difficoltà, senza avere praticamente il tempo di rendersi conto di cosa stesse accadendo. In questo caso proviamo noi ad immaginarci (o anche per conto di un altro coach) solo i primi giorni nei suoi panni. Da impazzire.

In questi casi, con il fitto calendario del campionato il principale compito di chi arriva in corsa è quello di far tornare la voglia di andare sul ghiaccio con il sorriso i giocatori, di ritrovare nuove motivazione e ritrovare serenità – “competizione e divertimento” il motto di Gianinazzi – compito che sembra secondario a chi sta fuori ma che invece è fondamentale per poi fare in modo che il gruppo possa applicarsi ed è tutt’altro che un’inezia cercare di farlo in quelle condizioni.

L’arrivo di Matti Alatalo, da lui fortemente voluto, gli ha sicuramente fornito un paracadute di grande esperienza, la sicurezza di potersi voltare nei momenti difficili e di trovare un volto che sa come muoversi autonomamente e trovare le parole giuste in ogni contesto, una persona che visto il curriculum può essere anche l’insinuatore di un dubbio quando magari serve un’idea diversa.

In tutto questa frenesia Gianinazzi è comunque riuscito a fare qualcosa che molti allenatori faticano a fare in migliori condizioni e in molto più tempo, ossia dare un gioco riconoscibile alla squadra, una struttura in cui giocatori sanno riconoscersi e portare avanti. È chiaro che questo sistema debba essere migliorato o limato su certi angoli, ma per il momento quello che si vede in pista quando le cose funzionano è un Lugano che sa cosa fare e che vuole applicare quello che gli viene impartito.

Quando le cose funzionano, appunto, perché il Lugano di Gianinazzi ci ha anche abituati ad essere tremendamente bipolare e ancora troppo sensibile agli episodi negativi, incapace se non in tre o quattro occasioni di reagire alle avversità, guardacaso proprio quando sono arrivate le vittorie. Perché una squadra vincente non la si costruisce solo con il gioco, ma anche e molto sul carattere e la continuità, fattori che hanno tradito troppe volte il Lugano.

Forse ai bianconeri mancano anche quegli elementi forti e duri che ne hanno caratterizzato gli anni scorsi, da Maxim Lapierre ad Alessandro Chiesa, oggi aldilà di un Mirco Müller che ogni tanto alza la testa per finalmente indossare la stella da sceriffo o di un Andersson fortemente legato alla realtà bianconera mancano quelle due o tre individualità che ogni tanto scuotono la squadra e l’ambiente e che compensano qualche difficoltà con il carattere.

Poco prima della pausa alcune individualità nascoste hanno cominciato ad emergere, come quella di capitan Arcobello, ma tra i segnali di ripresa di alcuni mancano ancora le personalità di molti, su tutti un Kaski il cui destino non ci sentiamo di escludere possa essere deciso in questi giorni, tale è stata finora la sua totale inadeguatezza alla causa.

Mancano gli impulsi di Thürkauf, mancano ancora le reti di Fazzini (quella contro il Bienne deve fare da interruttore) e anche Markus Granlund, nonostante piazzi regolarmente il suo punto a partita, è ancora lontano da un rendimento legato alla sua fama, soprattutto sul piano della personalità e della leadership.

Tra tutto questo Gianinazzi dovrà lavorare anche sul power play, sulla capacità di stendere gli avversari nei momenti giusti e sulla capacità di andare a punti regolarmente.

Il lavoro del coach, iniziato in una fase di grande fermento e caos, ha già fatto intravvedere segnali positivi anche più ampi di quello che ci si poteva aspettare, ma poi verranno richiesti gioco forza anche i punti, con una pressione che in caso di altre difficoltà potrebbe iniziare a salire. Ecco perché questa prima vera pausa si prospetta non solo salutare per staccare la spina ma soprattutto perché la maniera in cui verrà sfruttata determinerà molto delle condizioni in cui potrà continuare il lavoro del coach, il quale finora si è mostrato tanto intelligente nel primo approccio e nella programmazione sul breve periodo quanto consapevole che volenti o nolenti questo Lugano è da risollevare.

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