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Gobbi: “Lavoriamo per diventare campioni, ci vorrà tempo ma a Friborgo c’è tanta passione”

L’ex difensore è da un anno il CEO del Friborgo: “Al mio arrivo c’era già una struttura solida e lineare, l’aspetto fondamentale è conoscere le persone. La pressione? Come dirigente è più a medio-lungo termine”

© Lausanne HC

Partito giovane dalla nativa Leventina, John Gobbi di strada ne ha percorsa tantissima. Il classe 1981, sempre disponibilissimo (celebre una sua vecchia frase “Quando i tifosi mi chiedono una foto sono io che li ringrazio”), da praticamente un anno riveste la carica di CEO del Friborgo ed è la prova che si possono coniugare sport ad alto livello professionistico e studi. Un impiego di sicuro prestigio e responsabilità. Ci siamo intrattenuti con l’ex difensore al fine di addentrarci un po’ nella sua attività e nel mondo del Gottéron.

John Gobbi, qual è il primo bilancio di questa tua nuova esperienza, sei soddisfatto?
“Si, lo sono molto. Abbiamo lavorato forte sia in ambito finanziario sia sportivo per fare in modo di rinforzare la squadra. Anche nell’ambito infrastrutturale ci siamo impegnati al fine di migliorare tutto quello che concerne le buvette e la gastronomia aumentando le capacità. La risposta del pubblico è stato ottima e a livello di quantità di presenze abbiamo tagliato un traguardo storico. Direi che nel complesso è stato dunque un ottimo inizio”.

A proposito di presenze, quest’anno avete raggiunto la quota dei 7’500 abbonati, cifra da capogiro per il Friborgo. Te lo aspettavi?
“Nel canton Friborgo il Gottéron è quasi una religione, ci sono molte similitudini con il Ticino, c’è molto calore. C’è però una differenza, esiste un solo club e quindi la potenziale fetta di spettatori è maggiore. L’anno scorso avevamo all’incirca 6’300 abbonati, per questa stagione l’obiettivo era di arrivare attorno ai 7’000, magari di superare un pochino questa soglia… Essere arrivati a 7’500 e poterli dunque vendere tutti è stata una bella sorpresa. Sono poche le società ad aver raggiunto questo traguardo, se non erro oltre a noi solo l’Ambrì (e lo Zugo, ndr)”.

(PostFinance/KEYSTONE/Anthony Anex)

La pista nuova è reduce in definitiva dalla prima vera stagione con il pubblico, un giudizio sulla funzionalità e sulle sue potenzialità?
“Nel complesso tutto molto buono, ma adesso è importante guardare avanti. Ci sono diversi progetti volti al futuro, bisogna capitalizzare ulteriormente con eventi e manifestazioni. Ovviamente il focus è già sui Mondiali del 2026 che si disputeranno qui. Il nostro obiettivo principale e di concentrarci su questa rassegna iridata”.

Hai fatto fatica a integrarti e abituarti a questo tuo nuovo ruolo?
“Sono stato accolto bene, la struttura era già in piedi ed è molto lineare e pulita. C’è una cultura molto solida. Il lavoro svolto dal mio predecessore è stato di qualità, ogni volta che lo incontro lo ringrazio. Il nostro CDA è molto in gamba e organizzato a dovere. In totale ci sono cinque dipartimenti: marketing, biglietteria, gastronomia, sport e infrastruttura. Tutti questi aspetti e la bontà della struttura mi hanno aiutato a entrare e a capire le dinamiche. Inoltre un altro aspetto importante – direi fondamentale – è conoscere le persone, i volontari e tutti coloro che sono implicati nei vari rami della società, o per meglio dire della famiglia Gottéron, come si usa dire qui. Le persone sono la base”.

Già da giocatore la pressione era parecchia, da CEO però è ancora maggiore, come la vivi e la gestisci?
“Sono due pressioni differenti. Quando giocavo la pressione mi piaceva, mi aiutava. Ora da CEO la pressione è maggiormente a medio-lungo termine. Si lavora ogni giorno, non si contano le ore, al fine di diventare campioni svizzeri. Ma ci vuole appunto tempo, lo Zugo con la nuova pista ha impiegato una decina d’anni. È un processo lungo che inizia in sostanza ogni giorno. Ci vogliono la giusta mentalità e grinta, il volersi migliorare costantemente e cercare la corretta direzione”.

Hai fatto una carriera ad alto livello (ben 929 partite in NL), hai vinto un titolo con lo ZSC, disputato un Mondiale a Kosice nel 2011… Ora ad appena 40 anni sei il CEO del Friborgo, sei decisamente un esempio da seguire per tutti i giovani…
“Mah, non lo so, ti ringrazio per le parole. Io mi concentro sempre sulle piccole cose, sono quelle che contano. Non sono mai stato il più grande talento, tu lo ricordi bene, ma ho sempre lavorato al fine di migliorare e ho sempre preso dei rischi calcolati per cercare di progredire. Ad esempio lasciai l’Ambrì nonostante fosse la situazione ideale, abitavo a cinque minuti dalla Valascia, per recarmi in un Ginevra dove vi erano in atto grandi cambiamenti, ma volevo appunto studiare. Nelle Aquile ho fatto uno step avanti grazie alla fiducia di McSorley, da difensore numero 6-7 della gerarchia diventai il numero 1-2. Se si lavora duro ci si dà un’opportunità per riuscire a ottenere qualcosa e si ha la coscienza pulita, poi chiaro, non sempre tutto va come si vorrebbe”.

Nella compagine attuale siete infarciti di giocatori a impronta locale, oltretutto diversi di loro sono dei “bigshots” e non dei semplici comprimari, una cuccagna anche per i fans…
“Sono in effetti ben nove i giocatori formatisi qui, siamo attualmente il club che ne schiera il maggior numero, e per schierare intendo che giocano per davvero e non sono semplicemente degli elementi inseriti nella rosa. Qui c’è una grande cultura hockeistica e siamo tra i club che investiamo di più nel settore giovanile. Disponiamo di allenatori integrati a nord e a sud del cantone che fanno da fil rouge. I frutti cominciano a vedersi, l’anno scorso i nostri U17 hanno ottenuto la medaglia di bronzo. Chiaramente per la gente è sempre un piacere vedere ragazzi del posto con la nostra maglia”.

In qualità di CEO riesci a girare tranquillamente per la città o i tifosi, un po’ come succede a Sprunger, ti fermano per strada, ti danno consigli e t’interpellano in merito al club ?
“Di sicuro fermano di più Julien che il sottoscritto, ma succede, un po’ appunto come in Ticino. Mi fa sempre piacere quando capita, ogni singola persona che s’interessa alla nostra realtà è importante. Lo ribadisco, il contatto umano è vitale, e poi escono tanti discorsi interessanti”.

Dubé o magari Zenhäusern ti chiedono dei consigli o dei feedback, oppure non hai voce in capitolo nell’aspetto prettamente sportivo?
“Succede, discutiamo quotidianamente, ma vale per tutti gli ambiti, non solo per quello sportivo. Christian ha svolto un lavoro incredibile, ha cambiato la cultura alzando l’asticella. Siamo fortunati ad avere lui e Gerd, dotati di tantissime competenze, e poi aggiungerei Sandy Jeannin, David Aebischer e Pavel Rosa. Disponiamo veramente di un pacchetto con in dote grande esperienza e know-how”.

Ultima domanda, un classico. Ti manca l’hockey giocato, lo pratichi ancora per diletto?
“No, ho avuto la fortuna di aver potuto smettere quando lo volevo io e non perché ho dovuto. Non vivo dunque con il pensiero che avrei potuto ancora giocare per un ulteriore anno ad esempio. Ero pronto a iniziare un nuovo capitolo. Certo, quando vivi gli ultimi playoff, l’ambiente e l’adrenalina ti pizzicano le dita, ma ormai sono già al quarto anno da ex giocatore, il tempo passa. Qui a Friborgo c’è un club per partner e aziende, ogni venerdì a mezzogiorno si gioca a hockey per un’oretta, a volte vado, ci sono diversi ex giocatori presenti, tra cui Frédy Bobillier e Laurent Meunier”.

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