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Gautschi: “Fare il DS è più dura che giocare, lo scorso anno eravamo forti ma abbiamo fallito”

L’ex difensore si racconta: “Ho sempre voluto fare questo lavoro, ma era difficile da programmare. Bertaggia? A mio avviso è un po’ sottovalutato, per lui era giusto cambiare aria ed ora ha fatto di Ginevra la sua nuova casa”

© MySports

GINEVRA – Già da giocatore Marc Gautschi non era mai banale. Quando l’Ambrì perdeva, e purtroppo ai suoi tempi capitava spesso, era uno degli interlocutori prediletti dei media. L’ex difensore in effetti non si nascondeva mai dietro a banalità e rispondeva in maniera schietta, lucida e onesta. Anche adesso, in qualità di direttore sportivo del Ginevra, il 39enne non si tira indietro e ci racconta un po’ del suo lavoro.

Marc Gautschi, sei al tuo terzo anno da direttore sportivo, si può dire che l’apprendistato è ormai terminato?
“Magari fosse vero. Scherzi a parte non si finisce mai d’imparare. Certo adesso c’è un po’ più di routine, ma bisogna sempre continuare a spingere e cercare di migliorare. È necessario imparare dagli errori, pur senza guardare troppo indietro. Nel complesso queste prime due stagioni sono passate molto velocemente. Era sempre stato il mio obiettivo quello di diventare direttore sportivo e ho sempre lavorato in questa direzione, ma è dura da pianificare. Devi avere la fortuna di trovare chi punta su di te, essere al punto giusto al momento giusto. È un lavoro molto impegnativo, giocare lo era molto meno, ma è bellissimo, mi permette di lavorare nell’ambito che più mi appassiona”.

Oltretutto non era evidente subentrare a un’icona come McSorley. Pur avendo giocato due stagioni a Ginevra sei pur sempre uno svizzero tedesco, e in Romandia non siete sempre molto amati. Insomma la pressione era parecchia…
“Sarebbe una bugia dire il contrario. Sappiamo tutti cosa ha fatto Chris, ma non bisogna mai avere paura, altrimenti hai già fallito. La pressione c’è sempre, è alta, ma è doveroso reggerla. È chiaro, se non fai bene il tuo lavoro e non hai successo verrai allontanato. Per quanto concerne le mie origini, nemmeno Chris era ginevrino se per questo. Ginevra è una città molto internazionale, io parlo francese e la gente di qui lo apprezza molto. È come quando mi trasferii in Ticino, pure in quella circostanza mi adattai alla mentalità e alla lingua, è anche una forma di rispetto per il luogo in cui ci si trova”.

Passiamo all’aspetto sportivo. Il ritorno di Omark è andato secondo i piani, hai temuto che restasse definitivamente in Svezia?
“Linus nell’estate scorsa aveva accennato a dei problemi familiari e chiese dunque di rientrare in Svezia per un anno. Fu un colpo duro, ma la famiglia viene prima dello sport. Per me era dunque chiaro, bisognava accontentare questa sua necessità. C’era il rischio che non tornasse, ma mi aveva comunque dato la sua parola. Ha apprezzato molto il gesto di lasciarlo partire, siamo sempre rimasti in contatto e mi sono pure recato in Svezia a trovarlo. Tornando per davvero ha lanciato un bel segnale, crede nel progetto, ci vuole essere. Siamo ovviamente felici di riaverlo, uno come lui non si trova spesso sul mercato e abbiamo sofferto la sua mancanza”.

A proposito di mercato, il tuo ultimo colpo è l’ingaggio del finlandese Teemu Hartikainen, cosa puoi dirci di lui?
“Lo abbiamo osservato molto, è un giocatore molto fisico e potente, nello slot e negli angoli può far male. Inoltre ha giocato per sette anni con Omark, di cui cinque nella stessa linea. Questi elementi ci hanno definitivamente convinto a ingaggiarlo”.

Sulla carta la vostra squadra è fortissima, un grande pacchetto di stranieri e tanti svizzeri di primo piano. Insomma non potete nascondervi, avete già fissato gli obiettivi perlomeno nella regular season?
“Fare meglio dell’anno scorso. Già nella scorsa stagione eravamo forti, soprattutto dopo la naturalizzazione di Pouliot e l’arrivo di Vatanen. Da lì e con l’avvento di Cadieux in panchina siamo stati la miglior squadra del campionato, ma poi abbiamo fallito. Tutti vogliono finire nel top 6, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle cosa significa dover disputare i pre playoff”.

(PostFinance/KEYSTONE/Martial Trezzini)

Forse l’unico punto debole o quantomeno interrogativo è in porta. Descloux è un ottimo estremo difensore, ma spesso soggetto a infortuni. Avete capito il motivo? State cercando cure preventive particolari al fine di scongiurare nuovamente cattive sorprese?
“È una questione di stile, ma è ovvio. Guarda lui e guarda Reto Berra. Descloux deve fare molti più movimenti per spostarsi e lo fa con il doppio della velocità di Berra, dotato di una stazza molto maggiore rispetto a quella di Gauthier. Questo incide molto sul sollecitamento dei muscoli, delle articolazioni e del corpo e quindi si rischiano maggiormente dei guai fisici. L’anno scorso inoltre, reduce dalla finale, Descloux ha avuto un lasso di tempo di preparazione minore. Ora abbiamo messo sotto contratto Robert Mayer, in sostanza anche lui un numero 1. In questo modo Descloux dovrebbe giocare un po’ meno e quindi preservarsi di più”.

Un nome nuovo è quello di Alessio Bertaggia, cosa ti aspetti da lui? Gli hai dato un contratto di cinque anni, grande prova di fiducia…
“Prima di tutto è una bravissima persona, porta tanta energia sul ghiaccio e nello spogliatoio. L’anno scorso ha raccolto tanti punti in rapporto al suo tempo trascorso sul ghiaccio. È un po’ sottovalutato a mio avviso, è difficile trovare dei giocatori con la sua velocità. È un elemento completo, capace di svolgere lavori offensivi e difensivi. Penso che per lui fosse giusto cambiare aria, magari riuscirà anche a tornare in Nazionale. Si è trasferito a Ginevra con tutta la sua famiglia, non è il classico giocatore che appena ha del tempo libero torna a casa, cosa che ti fa bruciare energie ad esempio. Mi ha subito detto che sarà praticamente quasi sempre qui, insomma Ginevra sarà la sua nuova casa. E poi è sempre stato un grande lavoratore. Ecco perché ho deciso di offrirgli un contratto così lungo”.

C’è una bella differenza dall’offrire un contratto annuale a uno di cinque anni, le ripercussioni in caso di fallimento sono ben diverse. Esistono determinate operazioni dove non puoi agire in veste di one man show?
“Il one man show non esiste più. Bisogna parlare con il coach, presentare i vari dossier al CDA e al CEO e fare vedere il valore aggiunto di una determinata operazione di mercato, è imperativo spiegare le prospettive per farla avvallare. Ormai i rischi ci sono, alla fine la responsabilità è mia. Nel caso di Bertaggia, oltre ai motivi citati sopra, il suo ingaggio così duraturo è improntato sul fatto di avere un’ossatura svizzera di validi giocatori nei migliori anni della loro carriera che si lega a noi sulla lunga durata. Penso a un Karrer, a un Rod o a Descloux. Alla fine questa è la fondamenta importante nella costruzione di una squadra, gli stranieri vanno e vengono”.

© Geneve Servette

L’anno scorso per la prima volta hai dovuto licenziare un allenatore, un momento difficile, forse il più brutto da quando fai questo lavoro?
“Senza dubbio, hai una persona davanti che ha famiglia. Patrick Emond poi è stato a Ginevra per tanti anni, insomma ci sono i sentimenti, ma fa parte del nostro lavoro. D’altronde Patrick quando lasciò il suo posto nel settore giovanile per prendere le redini della prima squadra sapeva che sarebbe potuto capitare. Purtroppo la classifica non era quella che ci aspettavamo, mi sembrava ovvio, non potevamo non cambiare, dovevamo lanciare un segnale ai tifosi”.

Ultima domanda. Qual è stato il colpo più bello della tua carriera fin qui, magari uno che non avresti mai pensato di riuscire a concludere?
“Devo riflettere…(dopo una decina di secondi Gautschi è pronto a rispondere, ndr). Forse quegli scambi con il Losanna (il Ginevra prese Vermin e Moy in cambio di Maillard, Douay, Bozon e Cajka, ndr), non pensavo sarebbe andati veramente in porto. Alla fine lo scambio fruttò una settantina di punti a noi contro i loro 30. Credo che quell’operazione con i conseguenti punti ci permise di conquistare la finale”.

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