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Lugano

Con realismo e rispetto dei ruoli, il Lugano può finalmente scrivere il suo futuro

L’esaltante cavalcata della regular season è stata bruscamente stoppata dai Lions nei quarti, ma la squadra forgiata da Tomas Mitell ha messo le basi per sfruttare in futuro un margine di miglioramento ancora molto ampio.

LUGANO – L’obiettivo primario è stato raggiunto. Tornare a qualificarsi ai playoff era il primo traguardo piazzato sulla cartina da parte dell’Hockey Club Lugano e il nastro è stato tagliato in scioltezza con un quinto posto che poteva anche essere qualcosa di più.

Eh sì, perché – bando alle ipocrisie – aver perso proprio nelle ultime giornate il fattore casalingo e addirittura la possibilità di finire al terzo posto lascia l’amaro in bocca se confrontato con le quattro sconfitte a zero contro lo ZSC Lions. Però questo è stato, e pensando a solo un anno esatto fa in questi giorni in che pantano si erano infilati i bianconeri e a quali obiettivi ha potuto puntare da dicembre in avanti, capiamo che i passi avanti sono stati enormi.

Certo, fare peggio della scorsa stagione era obiettivamente molto difficile, ma la metamorfosi operata dalla squadra di Tomas Mitell in pochi mesi è stata straordinaria, per ricostruzione del gruppo, delle individualità perse e della fiducia reciproca. E allora, tornando un po’ ipocriti, ma nell’accezione positiva del termine, possiamo anche dire che la lezione impartita da quella che è la squadra di riferimento dei playoff degli ultimi anni – nonché doppio campione svizzero in carica – ha messo nero su bianco in una maniera che più estrema non si può, quali sono le mancanze su cui il Lugano dovrà lavorare per poter tornare un giorno a lottare per il titolo.

Poi le casualità possono fare anche da compensazione, abbiamo appena visto il Rapperswil fare sudare sette camice al Friborgo, e la strada per le semifinali poteva essere meno impervia con un altro piazzamento in classifica, ma almeno oggi Steinmann e Mitell hanno ben chiaro – non che fossero sprovveduti e sognatori – dove andare a correggere nel limite del possibile, per bacino di pescaggio e finanze, una squadra che comunque ha messo delle basi ben solide.

Lasciamo da parte i playoff, argomento che sarà principe in costruzione futura, e concentriamoci sul perché questa eliminazione ai quarti di finale ha comunque lasciato anche nei tifosi la convinzione che qualcosa di buono, veramente buono lo si è messo come base.

Per prima cosa abbiamo visto finalmente una stagione in cui la piramide di comando ha funzionato come dovrebbe sempre essere. Persone forti al vertice (Steinmann di quello sportivo), unità di visioni e soprattutto – cosa che era gravemente mancata per diverso tempo – il sostegno totale alle decisioni prese dallo staff tecnico per il bene della squadra, su tutti la gestione rapida e senza troppi ripensamenti del caso Sgarbossa.

Questo era già chiaro dall’inizio, i tifosi hanno potuto vederne alcune tracce nel documentario “Inside” rilasciato dal club bianconero, quando a inizio stagione nel fondamentale periodo dedito al team building, Tomas Mitell senza giri di parole ha affermato che chi non avrebbe seguito le regole del gruppo avrebbe perso il posto, senza guardare al nome o al passaporto.

Questo discorso è stato molto più importante di mille allenamenti, perché ha ridefinito il regolamento non scritto di un gruppo che veniva da una stagione disastrosa che aveva compromesso anche i rapporti interni, diventati in alcuni casi pesanti e logori.

Tomas Mitell ci ha messo faccia e credibilità, perché ogni decisione presa è stata perfettamente coerente con le parole, e non esiste qualcosa di più convincente per uno spogliatoio che deve tornare a remare dalla stessa parte. In più c’è stata la grande prova delle sconfitte di inizio stagione, quando l’estrema tranquillità di Mitell ha stupito un mondo poco abituato alla pazienza (nonostante le parole) nordica e ha saputo fare scudo anche verso le prime critiche.

C’è stato forse un momento in particolare che ha cambiato la stagione del Lugano, ed è stato quel gol in shorthand di Lorenzo Canonica a Porrentruy che ha regalato la vittoria ai bianconeri, lanciandoli nel loro esaltante autunno, vissuto sull’onda delle prove che la pazienza chiesta dallo staff ha avuto il suo perché.

Proprio l’attaccante ticinese è stato uno degli esempi della crescita anche individuale figlia di uno staff tecnico capace di lavorare sul gruppo ma anche sui giocatori da soli, pensando non solo al numero 14 ma anche a Carl Dahlström, David Aebischer e all’intero quarto blocco in cui almeno cinque giocatori hanno ruotato in alternanza sempre con gli ottimi risultati mostrati per tutta la stagione, senza lasciare da parte il recupero di Schlegel e Van Pottelberghe in porta, grande merito di un lavoro molto intenso da parte di Antti Ore.

Ovviamente non tutto è funzionato alla perfezione, se Sanford si è rivelato un giocatore di classe superiore per la prima linea, Thürkauf e Simion hanno fatto ottima coppia per mesi e il citato quarto blocco è stato il più regolare nelle prestazioni, i bianconeri hanno trovato un buco nella terza linea.

L’infortunio di Kupari ha subito privato la squadra di una delle sue armi principali, e le prestazioni sia di Sekac che di Perlini, salvo un paio di settimane a ottobre-novembre, hanno confermato i dubbi della vigilia. Il ceco è stato tenuto per la sua esperienza e probabilmente anche la difficoltà di piazzarlo sul mercato, mentre l’ex Losanna è stato ingaggiato con la finestra ormai chiusa e con l’unica possibilità di ingaggiare perlomeno un giocatore che avesse confidenza con il campionato svizzero.

Questo buco è stato rappezzato solo sul finale di stagione grazie al rientro di Kupari e allo spostamento di Emanuelsson (che sorpresa!) dal secondo blocco, e non a caso proprio il finnico e il piccolo motorino svedese sono stati tra i migliori nei quarti quando il top six si è rivelato troppo inefficace.

Questo significa che in quella posizione Steinmann può sfruttare un potenziale ancora enorme (Innala è già un colpaccio in tal senso) riuscendo nel contempo a dare profondità a un attacco che quando a turno mancavano dei titolari nelle prime due linee era difficilissimo da ricomporre e che di fatto ha privato il Lugano di quella linea che spesso diventa decisiva nel postseason.

Ciò che sta venendo apprezzato è anche la visione futura del club, l’ingaggio di alcuni giovani interessanti come Daniel Olsson e il rimpatriato Harijs Cjunskis, e la possibilità che si sta dando agli stessi come dimostrato con Cyrill Henry, il quale ha potuto imparare (e sbagliare) giocando nel top six e non semplicemente relegato in un ruolo non suo a fare legna per cinque minuti a partita.

Immaginare il futuro di questa squadra è un esercizio che fa sognare i tifosi, ma loro stessi hanno capito che lo schiaffo ricevuto dallo ZSC rappresenta la strada da percorrere per tornare perlomeno a sognare il titolo svizzero. Quel realismo dice che i Lions sono di un altro pianeta su ogni fronte, ma nel costruire quelle visioni il Lugano deve dapprima fissare delle basi che possano portarlo regolarmente nei playoff possibilmente nel miglior modo, e quando tutti gli astri saranno allineati si potrà anche cercare il colpaccio di puntare al titolo, quando tutto funzionerà alla perfezione sorretto da una difesa che questa stagione ha dimostrato di essere una delle migliori della National League e che può fare altri passi avanti con un ringiovanimento messo in atto anche grazie a Brian Zanetti.

Con Guebey già portato via dal Davos, sarà il discorso su Carrick a tenere banco. Lo statunitense è cresciuto nel finale, ma non ha mai dato l’impressione di poter dare un contributo lineare e di smuovere un powerplay mediocre. Inoltre anche quella leadership di cui si diceva tanto bene ha fatto fatica a palesarsi, e dopo i rumor su Thomson e il rinnovo di Dahlström, una sua partenza appare ormai possibile.

Tomas Mitell e il suo staff hanno detto una cosa molto chiara: anche dopo la disastrosa scorsa stagione questa squadra aveva del potenziale e ne ha ancora da esprimere parecchio se corretta nei punti giusti, e la rapidità con cui si sono raggiunti certi risultati di gioco e unità di gruppo sono stati sorprendenti. Steinmann – che ha dimostrato un attaccamento e una passione per il suo lavoro davvero encomiabili – ha avuto il grande merito di mettere assieme un duo di allenatori che in molti avrebbero voluto anche solo separati, capace di toccare a livello psicologico le corde giuste e di aver ricostruito un gruppo dalla polvere al granito.

Questa stagione ha detto che non basta una grande regular season per essere protagonisti nei playoff, ma da qualche parte occorre partire, e le basi messe della nuova “piramide” ai comandi della squadra (con una società all’altezza anche in altri settori, va detto, dalla presidenza alla comunicazione) appaiono solide come non mai, e stavolta, seppure con la pazienza e la tranquillità predicate da Mitell, i tifosi possono finalmente sognare un futuro molto più roseo di quanto non lo fosse solamente lo scorso settembre.

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