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Brunner: “La passione mi fa andare avanti, mi ritirerò quando smetterò di sorridere”

L’ex bianconero si racconta: “Di Lugano ho ottimi ricordi, la gioia quando andammo in finale fu indescrivibile. La Valascia? Ricordo che nel 2012 dissi a Zetterberg di ascoltare La Montanara ad occhi chiusi. Ne fu impressionato”.

(PostFinance/KEYSTONE/Peter Klaunzer)

BIENNE – Da ormai una quindicina d’anni Damien Brunner è una delle personalità e delle figure di spicco del nostro hockey. Amato, odiato, raramente un giocatore ha fatto così discutere come il nativo di Kloten. A 36 anni l’ala del Bienne è ormai pronta ad affrontare l’ennesima stagione ad alti livelli.

Damien Brunner, com’è cambiata la preparazione estiva rispetto ai tuoi debutti da professionista?
“È un’evoluzione interessante. Ora ci si allena molto di più individualmente, ogni elemento può così prepararsi in base alle sue necessità. Io preferisco però svolgere attività di gruppo. Rispetto a prima inoltre si praticano anche diversi altri sport, molto più che in precedenza”.

Sei reduce da un ottimo campionato. Con 21 reti in regular season sei stato l’attaccante elvetico più prolifico assieme a Malgin e Vermin, oltretutto avendo disputato meno partite di loro. Insomma, non invecchi….
“Quasi tutto è andato per il verso giusto e il fisico mi ha aiutato. Con i miei compagni di blocco Künzle e Cunti ci eravamo prefissati come obietto di segnare almeno una rete a partita e ci siamo riusciti. L’inizio del campionato è stato davvero notevole, ero in formissima. La pausa olimpica ha un po’ rotto il ritmo, ho avuto qualche piccolo guaio muscolare, ma nel complesso non mi posso lamentare. Avevo forze, mi sono trovato spesso al posto giusto al momento giusto e ho creato parecchio. Per arrivare a determinati risultati bisogna essere in forma e preparati, in questo senso mi sono guadagnato i frutti raccolti”.

(PHOTOPRESS/Marcel Bieri)

Quando stai bene sei una garanzia, purtroppo un sacco d’infortuni ti hanno sempre frenato, eppure non hai mai mollato e sei sempre tornato sul ghiaccio…
“È l’amore per questo sport. La passione ti fa andare avanti e ti permette di affrontare la sfida che si ripresenta a ogni guaio fisico. Il mio primo grave infortunio, al ginocchio, è accaduto quando giocavo con i New Jersey Devils. In America sono davvero all’avanguardia quando si tratta di accompagnare uno sportivo durante la degenza e la ripresa dell’attività, in Svizzera non siamo ancora a questi livelli, ci sono margini di progresso. In tutti questi anni ho imparato a conoscere il mio corpo, i suoi limiti e a volte se credo di non ricevere l’aiuto adeguato vado io a cercarmelo”.

Praticamente nessuno rimane indifferente di fronte a te, o ti si ama o ti si odia. Come mai?
“È normale. Negli ultimi due anni trascorsi a Zugo e durante il periodo in NHL c’era tanto interesse attorno a me, avevo un livello di gioco altissimo e molta presenza mediatica. La gente dal fuori si faceva la sua opinione e giudicava, ma ormai è acqua passata”.

Già, ora l’hype nei tuoi confronti è diminuita, ti garba questa nuova dimensione?
“Certamente, va benissimo così. A volte sembrava di essere al circo, ma intendiamoci, quel periodo rumoroso è stato parte integrante della mia carriera e non lo cambierei mai”.

Quando sei sul ghiaccio ricordi Ronaldinho sui campi da calcio, costantemente con il sorriso sulle labbra…
“Questo paragone non mi era mai stato fatto, ma è così. L’hockey è un gioco, uno spettacolo, è intrattenimento. Quando c’è una bella azione, poco importa se del sottoscritto o di qualche altro compagno, oppure in caso di episodi divertenti, si sprigiona la gioia, l’allegria. Quel giorno che non sorriderò più smetterò di giocare”.

(PostFinance/KEYSTONE/Anthony Anex)

A volte dall’esterno dai l’impressione di rimanere cool e easy anche dopo una sconfitta…
“Qui ti sbagli, perdere non è divertente e quando succede m’incazzo… Chiedi a mia moglie com’è l’ambiente a casa dopo qualche disfatta. Magari davanti ai riflettori a volte si cerca di celare leggermente lo stato d’animo, bisogna contenersi, ma dentro bollo eccome”.

Cosa ti pesa di più, il fatto di non aver mai vinto il titolo o di non aver praticamente mai giocato da professionista con tuo fratello Adrian?
“È difficile rispondere, non saprei. Ho disputato qualche partita da giovanissimo a Kloten con Adrian, ma evidentemente non è andata come avremmo voluto. Avevo sempre desiderato di giocare a lungo con lui. Chiaramente pure la conquista del titolo è sempre stato un sogno e non lo nego, mi manca. Ogni anno mi pongo questo obiettivo. Ai tempi d’oro avrei potuto accettare le offerte di Zurigo e Berna, probabilmente avrei alzato la Coppa, ma la mia priorità era tentare la carta della NHL. A Lugano ci sono andato vicino per due volte. Il capitolo con mio fratello ormai è chiuso dato che si è ritirato, il titolo però posso ancora conquistarlo, a Bienne disponiamo di un’ottima squadra”.

Spesso si dice che nelle fila del Lugano si è visto il peggior Brunner della carriera, seppure le statistiche non siano state così malvagie (132 partite, 46 reti e 60 assist)…
“Il vero problema? In Ticino non ho mai trovato la necessaria tranquillità, ero sempre infortunato. Non ascoltavo il mio corpo. Pensavo esclusivamente a ritornare sul ghiaccio il più in fretta possibile al fine di aiutare la sua squadra e dunque ogni mio comeback era prematuro. Ci fu anche sfortuna, come quando prima dei playoff mi ruppi la gamba, e pensare che la sera prima contro lo ZSC avevo forse disputato la mia miglior partita in bianconero. Di Lugano serbo però ottimi ricordi e sono gli unici che porto con me. Tornare a vincere una serie di playoff dopo 10 anni ad esempio, oppure l’accesso in finale: l’atmosfera che c’era alla Resega, la gioia delle persone, indescrivibile”.

(PHOTOPRESS/Patrick B. Kraemer)

Andiamo un po’ più a Nord, ti piace la nuova pista o ti manca la Valascia?
“Sinceramente io ho sempre giocato volentieri alla Valascia, era uno sballo. Ci sono tanti aneddoti. Tralasciamo i derby con il Lugano, ma pure con il Kloten e con il Bienne ho molti ricordi, come ad esempio la serie di playoff disputata nel 2019. Un ricordo particolare? Era nel 2012, durante il lockout. Io giocavo nello Zugo e con noi c’era lo svedese Henrik Zetterberg, per lui era la seconda partita nel nostro campionato. Segnò una tripletta ed espugnammo la Valascia. Gli dissi che andava benissimo, ma che ad Ambrì avremmo dovuto vedere in futuro di perdere una partita. Qualche settimana più tardi tornammo, nei biancoblù a difesa della gabbia c’era Cory Schneider. Fece un paratone su un tentativo di Omark, ci fu un boato incredibile, persino più forte che in occasione delle reti segnate dai leventinesi. L’Ambrì si impose 5-1. A tre minuti dalla sirena dissi a Zetterberg di concentrarsi, chiudere gli occhi e aguzzare le orecchie. Henrik rimase impressionato da La Montanara”.

Dal passato al futuro. Il tuo contratto scadrà nella prossima primavera, avrai 37 anni, sarà la tua ultima stagione? Progetti per il dopo carriera?
“Non lo sarà, continuerò ancora a giocare. Sto studiando economia aziendale e ottenendo i vari diplomi da allenatore. L’hockey è la mia grande passione, ma non so ancora se rimarrò in questo mondo, al momento non ho nessuna pallida idea di cosa fare una volta terminata la carriera.”

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