
(Photobrusca & Luckyvideo)
LUGANO – Un altro nome è stato inserito nella Hall of Fame dell’Hockey Club Lugano, ed è quello di Regis Fuchs. L’attaccante classe 1970 ha vestito la maglia bianconera per otto stagioni, due da capitano, vincendo i titoli del 1999, 2003 e 2006.
Il nativo di Porrentruy arrivò già da campione svizzero in carica da Berna assieme a Gaetano Orlando, e costituì assieme all’italo canadese, a Peter Andersson, Patrick Fischer, Gian-Marco Crameri, Cristobal Huet e altri campioni uno dei punti cardini della squadra costruita da Jim Koleff tra la fine degli anni 90 e l’inizio del 2000. In totale Fuchs Fuchs 352 partite con il club sottocenerino, mettendo assieme 66 reti e 122 assist.
“Ho vissuto tanti anni bellissimi qui a Lugano – afferma in un italiano ancora perfetto Fuchs prima della partita che vedrà i bianconeri affrontare il Losanna del figlio Jason – ma mai avrei pensato di entrare a fare parte di questo gruppo di campioni nella Hall of Fame bianconera, è qualcosa di veramente speciale per me”.
Regis Fuchs, ricevere questo riconoscimento alla Cornèr Arena e proprio davanti a tuo figlio Jason che effetto fa?
“Seguo spesso le partite di Jason con il Losanna, ma in questa occasione è diverso, è una serata che per me significa molto, inoltre c’è qui tutta la famiglia quindi sarà qualcosa di speciale da condividere con i miei cari”.
Quali sono i tuoi ricordi migliori del periodo passato all’allora Resega?
“Senza dubbio aver vinto il titolo svizzero al primo anno qui a Lugano è stato incredibile, soprattutto pensando di averlo fatto affrontando in finale l’Ambrì Piotta. Penso che una sfida per il titolo di campione tra le due ticinesi sia stato qualcosa di unico che tutti sognavano di vivere, inoltre ovviamente mi rimarrà per sempre impresso anche quell’ultimo gol alla Valascia, perché so che per i tifosi bianconeri è diventato qualcosa di indelebile nella loro memoria”.
Il telecronista di allora, Andreas Wyden, era sicuro del gol quando ancora non arrivasti sul disco, ma va detto che non fu così evidente come sembrò…
“Era tutt’altro che una situazione facile, oltre al momento importantissimo della finale su quel disco dovevo arrivarci prima che passasse la linea rossa o sarebbe stato icing e ho dovuto centrare la porta da un’angolazione veramente difficile, ma alla fine mi è uscito in maniera anche piuttosto naturale”.
Se dovessi pensare a una linea in cui hai giocato a Lugano, quale sceglieresti?
“È una scelta molto difficile, perché con tutti i compagni che ho avuto mi sono sempre trovato benissimo, con Orlando, Trevor Meier, Bozon o Dubé e altri ancora, ma alla fine ci si ricorda solo di quando si vincono i titoli. Ricordo che a Lugano ho vinto sì tre volte, ma ho perso anche altre tre finali giocando in squadre comunque molto forti e con compagni bravissimi”.
Avresti mai potuto pensare che dopo il titolo del 2006 il Lugano non avrebbe vinto più nulla?
“No, nella maniera più assoluta. Nei miei otto anni a Lugano abbiamo giocato ben sei finali vincendone tre, un ciclo straordinario che ovviamente era destinato a calare, ma pensare di non vincere ancora un altro titolo nei futuri venti anni non lo avrei mai pensato. Però le cose possono cambiare in fretta e non si sa mai cosa possa succedere”.

(HC Lugano)
Pensi che il Lugano di Tomas Mitell possa costruire un nuovo importante ciclo?
“Come detto seguo di più il Losanna, ma un occhio riesco sempre a darlo anche verso i bianconeri. Ovviamente fa molto piacere vedere il Lugano in alto in classifica e a lottare per qualcosa di importante, perché sono veramente troppi gli anni gettati al vento, però quando si comincia a trovare i risultati la pressione e le aspettative aumentano, soprattutto pensando che i playoff sono sempre qualcosa di molto diverso rispetto alla regular season”.
Trovi delle analogie tra il tuo Lugano e quello di oggi?
“A volte mi è capitato di rivedere immagini dell’hockey in cui io sono stato professionista e lo confronto con quello di oggi, ma non c’è alcun paragone, sembrano due sport diversi. La velocità è aumentata a dismisura e tecnicamente i giocatori sono di un altro pianeta rispetto a venti anni fa, e questo mi fa dire che trovare delle somiglianze è veramente molto difficile”.
E tuo figlio Jason ti chiede qualche consiglio?
“Mio figlio Jason è molto più bravo di me in tante cose, tecnica, velocità e tiro, eppure nel livello elevatissimo di oggi non sempre tutto questo è garanzia di successo, mentre quello che facevo io a quei tempi era sufficiente per vincere, per darvi un’idea della differenza. Giocando in un hockey di questa caratura di certo non viene a cercare consigli da suo padre!”.



