
Dopo ogni weekend di campionato HSHS vi proporrà una rubrica dedicata agli ultimi impegni di Ambrì Piotta e Lugano, da cui abbiamo tratto una serie di spunti che vi lasciamo di seguito.
Verranno selezionati cinque episodi o fatti interessanti che hanno caratterizzato i match delle squadre ticinesi, a volte con l’obiettivo di analizzare quando successo sul ghiaccio, altri semplicemente per strapparvi un sorriso!

1. Schiaffo educativo

La sfida contro il Davos ha detto che il Lugano non è ancora pronto per certi livelli? Forse sì, ma è anche una cosa di cui si era già a conoscenza, anche se la maggior freschezza dei grigionesi e le assenze bianconere possono aver avuto un ruolo nella sconfitta.
D’altra parte la squadra di Josh Holden, nonostante una leggerissima flessione rimane la squadra dominatrice della regular season senza grossi avversari e quella di Mitell non deve perdere il focus dai propri obiettivi. È vero che quando si vola cosi in alto come stanno facendo Fazzini e compagni sognare può essere facile, ma un bello schiaffo a volte può aiutare molto più di quanto si pensi.
2. Mal comune, mezzo gaudio?

È quanto meno strano il mercato europeo di questa stagione, diversi fattori hanno influito su una situazione arida che si rispecchia anche sulle domande di “riparazione” o di emergenza. Il Lugano è con ogni probabilità alla ricerca di un attaccante ma guardando le situazioni nelle altre squadre le premesse non sono delle migliori, soprattutto se si è quasi obbligati a guardare in KHL o in Svezia.
La situazione venutasi a creare a Zurigo in estate con la partenza di Juho Lammikko e l’arrivo di un deludente Andy Andreoff era già un campanello d’allarme e con il passare dei mesi le cose non sono migliorate. Kyle Rau a Friborgo è fermo a una rete in undici incontri, Ty Rattie invece è arrivato al Gottéron da una stagione da 5 gol in 30 partite.
L’”affare” Cajkovsky ad Ambrì lo abbiamo visto tutti, Philippe Maillet a Rapperswil fa quello che può ma ha brillato solo per un paio di partite, Jesse Graham a Zugo è durato quanto la neve degli scorsi giorni, il giovane Niko Huuhtanen a Bienne è sparito dai radar, Ryan Spooner ha già salutato Losanna dopo 6 partite e un assist, infine Derick Brassard ha raggiunto Ginevra da ritirato e si è infortunato alla prima uscita.
Forse forse, oltre allo zurighese Johan Sundström (da valutare sul medio periodo) i colpi prodotti da Janick Steinmann con Linus Omark prima e Einar Emanuelsson poi sono probabilmente da annoverare tra i più riusciti, visto quanto offre il banco.
3. Mentalità opposte

Che il lavoro di cambiamento apportato dallo staff tecnico bianconero non sia stato semplicemente di natura tecnica lo si capisce anche dalle parole dei giocatori dopo le partite. Un anno fa dopo le sconfitte le dichiarazioni si basavano su “non abbiamo giocato male, ma ci è mancato qualcosa”, una litania andata avanti fino allo sprofondo.
Oggi anche dopo le vittorie il tono è ben diverso tanto che spesso si registrano frasi del tipo “abbiamo vinto, ma non è stata la nostra miglior prestazione, dobbiamo lavorare su alcuni aspetti”. Quelle che erano parole di circostanza di giocatori “persi” si sono trasformate in valori decisamente all’opposto di uomini che oggi sanno quello che vogliono.
4. Quelli dei banchi in fondo

Tradizionalmente a scuola nei banchi di fondo classe troviamo spesso gli alunni più casinisti e poco propensi all’attenzione, e capita che a volte i professori separino i più facinorosi per averne maggiormente il controllo.
È un po’ quello che è capitato a Sekac e Perlini, separati dal professor Mitell approfittando dell’assenza di Canonica per affiancare i due citati ai secchioni della classe, il ceco con Sanford e Fazzini e il numero 96 con Thürkauf e Simion. Magari così anche i loro voti miglioreranno. Si spera.
5. Qualcosa di nuovo

Quanto il pubblico apprezzi le prestazioni del Lugano anche nelle sconfitte, come successo sabato di fronte al Davos con i 6’600 della Cornèr Arena a spingere ed applaudire i giocatori anche sullo 0-4 e alla terza sirena è segnale di qualcosa di inedito.
In tanti passando da Lugano in passato hanno cercato di rendere la squadra bianconera qualcosa di diverso rispetto al club bianconero che credeva di poter essere ancora quello dominante degli anni 2000, ma nessuno era mai riuscito, anche nei risultati migliori delle due finali con Greg Ireland in panchina, a dare un’immagine e una identità tutte nuove a una squadra – e di fatto pure a una società, parrebbe – lavandogli via dalla faccia quell’apparenza arrogante.
Quello di oggi è un Lugano tutto nuovo che si identifica finalmente negli esempi migliori avuti nel campionato svizzero degli ultimi anni, consapevole della sua dimensione e dal carattere combattivo come mai aveva mostrato su quattro blocchi nella sua storia recente e anche più remota. È insomma un Hockey Club Lugano sorprendentemente “sincero”, che ha fatto tesoro degli errori e che si è lanciato in una dimensione tutta nuova che viene decisamente apprezzata e che potrà dare grandi soddisfazioni se manterrà questa linea. Sarà ripetitivo Tomas Mitell, ma quel suo “stay humble” sta avendo un peso straordinario su tutto l’ambiente.


