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Ti racconto una partita

Ti racconto una partita: Saku Koivu e il ritorno dopo la sua battaglia più difficile

Il 9 aprile 2002 il capitano dei Canadiens fa il suo ritorno sul ghiaccio dopo mesi di chemioterapia. Ad accoglierlo l’omaggio di tifosi, compagni e avversari in una partita che è l’inizio di una nuova vita

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È fuori da ogni dubbio che per tutti i tifosi dei Montréal Canadiens la figura di Saku Koivu rappresenta uno dei giocatori più amati e carismatici che abbiano mai vestito la maglia degli Habs.

Lo sa anche lo stesso giocatore che l’affetto dei tifosi non è mai mancato, ma quello che sta per accadere la sera del 9 aprile 2002 nella partita contro gli Ottawa Senators ha probabilmente superato ogni aspettativa e forzato anche le emozioni solitamente poco mostrate in pubblico dal finlandese.

Pur che sia stato un periodo di assenza molto più corto del previsto, in quei dieci metri che separano il corridoio degli spogliatoi dal ghiaccio, guardandosi i pattini che aveva in camera in oncologia come talismano di nuovo ai piedi e sentendo lo speaker annunciare il suo nome, Koivu ha probabilmente ripercorso tutte le tappe che il destino gli aveva riservato in quel durissimo passaggio della sua vita.

© Montreal Gazette

Sicuramente il primo pensiero è andato a quella terribile attesa nello studio del dottor David Mulder, medico della squadra e chirurgo di professione. Lo aveva letto nel suo viso quando è rientrato nello stanzino, ma se lo aspettava già, perché aveva atteso troppo a lungo che quei dolori se ne andassero da soli, invano. Quei dolori lancinanti allo stomaco che perduravano da settimane, la stanchezza, le notti passate a vomitare e combattere forti attacchi febbrili, non potevano essere spiegati da una normale influenza o un’intossicazione alimentare come lui sperava senza troppa convinzione.

Pragmatico e poco propenso ai giri di parole chiese al dottor Mulder di andare dritto al punto“Me lo dica e basta”.

La moglie Hanna era vicina a lui, che stava lì impotente disteso su quel lettino freddo, e cercava di prepararsi a quello a cui in fondo nessuno può veramente prepararsi e la sua mano si stringeva sempre più a quella di Saku. “Abbiamo trovato liquido nel tuo addome, ma soprattutto delle cellule maligne”. Saku si gira verso Hanna chiedendogli cosa significasse, sperando non gli dicesse quello che in cuor suo temeva: “Hai un cancro, Saku”.

Non c’è tempo per versare lacrime, il finnico viene subito trasferito per subire chemioterapie pesanti e trattamenti d’urto. “Quando ho guardato l’esito degli esami ho subito un colpo. La situazione era molto più grave di quello che mi sarei potuto aspettare”. Queste le parole del dottor Mulder. Segno del destino, la sua camera è la 1111 al piano numero 11 del centro oncologico.

Manca poco all’inizio della partita, la gente lo attende nel Molson Centre, lui fa qualche passo in avanti attendendo che tutti i compagni vadano sul ghiaccio per primi e Brian Savage, il grande amico che per primo assieme alla moglie Hanna lo aveva spinto a fare dei controlli più approfonditi ed era stato vicinissimo a lui e alla sua famiglia, lo guarda dritto negli occhi con un gran sorriso, capendo che in quel momento qualunque parola sarebbe stata di troppo.

Il pubblico è già tutto in piedi, con cartelloni, striscioni e una lunga ovazione che copre anche le parole dello speaker per accogliere il suo capitano. Quando Koivu mette piede sul ghiaccio si capisce che è entrato definitivamente nella leggenda, la sua lotta vinta contro un male definito quasi incurabile lo ha reso un eroe invincibile agli occhi della gente di Montréal e di tutta la NHL che gli rende omaggio.

“Sarò di ritorno sul ghiaccio molto presto” affermò in quella toccante conferenza stampa seguente alla diagnosi, ma forse nemmeno lui sperava che il suo ritorno fosse così rapido e così forte. Otto minuti di standing ovation, persino lui stesso sembra quasi imbarazzato nel ricevere tutto quell’affetto che sembra non finire mai nemmeno durante il warm up, ricevendo anche strette di mano, abbracci e applausi dagli avversari di serata, gli Ottawa Senators.

Ma quell’affetto non gli viene rivolto solo per essere tornato sul ghiaccio, ma per la maniera con cui ha affrontato la lotta più dura della sua vita. Notoriamente riservato sulla sua vita privata, Koivu deciderà anni dopo di rendere pubblico il suo percorso e di abbattere una barriera che per pudore spesso veniva innalzata su questo tipo di malattie, ancor di più se colpiva personaggi noti e sportivi, facendosi vedere nei momenti più difficili, terribilmente dimagrito, calvo e quasi irriconoscibile.

Koivu ha raccontato tutto questo in un documentario di Sylvain Rancourt “Sisu: le Courage d’Un Capitaine”, pubblicato nel 2014, accettando così di mettere a nudo le sue paure e di aprire le porte della sua vita privata in un momento così delicato. Il regista Rancourt ricorda anche l’importanza di Hanna Koivu: “Una donna di una forza impressionante, non solo ha dovuto gestire una famiglia alle prese con un dramma, ma è stata capace di fare da scudo solidissimo verso la vita privata dei Koivu che inevitabilmente non sarebbe stata più la stessa”.

Mentre pattina durante il warm up “Sisu” ricorda le prime ore frenetiche dopo la diagnosi, non aveva nemmeno avuto il tempo di digerire la notizia o di farsi qualche piccola falsa speranza che era già sdraiato su un altro letto a subire la prima fase di chemioterapia che gli veniva somministrata in maniera molto aggressiva attraverso la spina dorsale.

Come aveva potuto un male come quello aver colpito una persona nel pieno dei suoi anni, sportivo e in salute come lui? Ecco, il rischio è anche quello, di venir risucchiati in un turbine di emozioni negative e autocommiserazione che non avrebbe fatto che peggiorare la situazione. Koivu sapeva che quello non era il momento di lasciarsi andare e l’aver dovuto affrontare così in fretta la situazione lo aveva in un certo modo aiutato a prendere coscienza che la vita poteva riservare anche quelle brutte sorprese e che andavano affrontate.

Ingaggio d’inizio. Non c’è più tempo per pensare o per commuoversi, anche se il pubblico scandisce a gran voce il coro “Saku! Saku! Saku!”, ma il loro beniamino è troppo concentrato a godersi quello che è tornato a fare. Solo Craig Rivet riesce a distoglierlo dalla sua concentrazione, andando ad abbracciarlo in panchina dopo il 2-0 e quello è il culmine del ritorno di Sisu il 9 aprile del 2002.

Davanti alle televisioni a guardare la vittoria degli Habs per 4-3 ci sono anche quei bambini che Koivu ha visitato in ospedale anche dopo il suo percorso e che ha aiutato personalmente con delle donazioni per acquistare macchine di diagnosi e cura dei linfomi, ma questo aspetto è stato mantenuto più riservato da parte di Koivu: “Alcuni gesti acquisiscono molto più valore se tenuti riservatiha affermato Brian Savage – perché hanno lo scopo di aiutare gli altri e non di mettere in mostra chi li fa.”

La partita è finita. I Canadiens hanno sconfitto i Senators per 4-3 garantendosi il posto nei playoff, ma tutto questo passa ovviamente in secondo piano. Saku Koivu ancora non lo sa, ma quando pensava di aver già visto il meglio prima che la malattia lo colpisse, il finlandese è atteso da quella che fin lì sarà la sua miglior stagione in carriera. Ma a lui non importa, Sisu ha capito che l’importante era stare di nuovo lì dove amava più stare. Su quei pattini che osservava prima di entrare sul ghiaccio e che per lui avrebbero cambiato per sempre il significato della vita.


Sisu : le courage d’un capitaine – 1a parte
Sisu : le courage d’un capitaine – 2a parte
Sisu : le courage d’un capitaine – 3a parte
Sisu : le courage d’un capitaine – 4a parte

Redattore, Alessandro Zacchetti si occupa di articoli e interviste relative all’HC Lugano e ai Ticino Rockets, con un occhio verso l’hockey europeo.

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